DIOCESI – Un incontro di preghiera e condivisione ha unito ieri, 20 Aprile 2026, le Caritas delle Diocesi del Piceno con Caritas Kenya, celebrando l’amicizia e la fraternità vera tra due Chiese sorelle che dialogano, si confrontano, condividono.
Alle ore 9:00, infatti, volontari ed ospiti delle Caritas diocesane del Piceno, insieme ad una delegazione di Caritas Kenya, si sono ritrovati presso il monastero Santa Speranza, delle Sorelle Clarisse, in San Benedetto del Tronto, per celebrare insieme l’Eucarestia.
La Santa Messa, presieduta dall’arcivescovo Gianpiero Palmieri, vescovo delle Diocesi del Piceno, è stata concelebrata da mons. Rocco Pennacchio, arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Fermo, e dal vescovo John Mbinda, presidente di Caritas Kenya.
La Celebrazione, svoltasi in un clima di profonda comunione e in doppia lingua – italiana ed inglese – è stata il cuore di questa visita speciale. Non una semplice visita formale, ma l’incontro tra due comunità che hanno deciso di camminare insieme.
La Messa: l’Eucaristia che unisce
Durante l’omelia, mons. Palmieri ha sottolineato come la carità non sia solo “fare”, ma “dare amore” e creare relazioni di fraterna amicizia:
“Quando il Signore compie il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, immediatamente segue una spiegazione che vuole essere la rivelazione del volto di Dio e del volto dell’uomo.
La prima cosa che viene rivelata del volto del popolo, è che l’uomo possiede una fame, una fame profonda. Con le Sue parole, infatti, con cui esorta a cercare ‘il pane che viene dal cielo’, Gesù intende sottolineare che noi siamo abitati da una fame profonda, la fame di quello che sazia il cuore, non lo stomaco.
Noi sappiamo bene che questa fame del cuore è profondamente umana, anche quando è a mancare il pane della terra. Noi sappiamo che chi viene a chiedere del cibo, è una persona che ha anche una fame molto più profonda. Non basta quindi saziare con il cibo. Se lo si fa in una maniera inumana, infatti, non sazia. C’è bisogno, al contrario, di realizzare quella dimensione della festa particolare che è proprio tipica della moltiplicazione dei pane e dei pesci: è quel vivere insieme tra fratelli e sorelle, mettendo al centro il Signore e le sue parole. È questo che sazia il cuore dell’uomo.
Sappiamo bene, come volontari Caritas, che niente sostituisce il farsi vicino, il sedersi a tavola, parlare, ascoltare, narrare, condividere. Sappiamo bene che è questo che dà la dignità umana alle persone. Sappiamo bene che è questo quello di cui uno ha fame, una fame profonda: la fame della propria dignità.
Poi Gesù dice l’altra cosa dell’umano, che il legame che ci lega è quello della fede: a chi gli chiede qual è l’opera di Dio che dobbiamo offrire, Gesù risponde che bisogna credere. ‘Non chiedo nient’altro che questo ai figli. Che creda’. Nessuna prestazione, soltanto un atteggiamento profondo del cuore, una fame e una fiducia profonde: è questo che il Signore chiede a noi.
Cos’è, invece, quello che viene rivelato del volto di Dio? Viene rivelato che il Signore ha per noi un pane – il pane della Parola – che è capace di saziare la fame, è capace di venire incontro al Suo desiderio di fiducia, di fiducia profonda, una fiducia tanto necessaria per vivere la vita. È questo pane che il Signore ci vuole donare. È Lui che ha una risposta di senso, di bellezza, di giustizia da dare al cuore del popolo. È lui il Re e il regno dei Cieli è quello che è venuto a portare sulla terra. Un regno che è fatto di giustizia, di fraternità, di pace, cioè di tutto quello che sazia il cuore del mondo. È questo che viene rivelato da Dio.
Noi questo lo sperimentiamo tutti i giorni. Sperimentiamo che noi non facciamo delle opere, ma che noi offriamo uno stile, un modo di essere, un modo di vivere. Noi offriamo un’esperienza di fraternità, di accoglienza, di giustizia. Noi offriamo un posto nel mondo. Ecco, quello di cui gli uomini hanno fame e sete! Avere un posto nel mondo come figli di Dio. Questo noi siamo chiamati ad offrire.
Papa Francesco sottolineava sempre quest’aspetto che esprime un limite nelle nostre attività di Caritas. Se noi offriamo pane, vestiti, dolci e altri servizi, ma teniamo le persone lontane dalla fraternità di una comunità cristiana, da una fraternità umana, c’è qualcosa che non va. Quando le persone rimangono solo destinatari, c’è qualcosa che non funziona. Noi non stiamo dando loro il pane che riempie il cuore dell’uomo. Dare loro il pane che riempie il cuore, significa sentirci fratelli e sorelle. E allora, quando qualcuno bussa alle porte delle nostre Caritas, che cosa ci viene chiesto veramente? Che cosa cercano le persone che bussano alle nostre porte? Che cosa desiderano? Che cosa offriamo loro?“.
Un gemellaggio nato dalla condivisione
L’incontro di ieri è solo il primo di una lunga serie di appuntamenti che vedrà la delegazione kenyota visitare tutte le Caritas diocesane della regione Marche, coordinate da Simone Breccia.
Il legame tra le due realtà Caritas, cresciuto negli anni attraverso visite e sostegno reciproci, rappresenta un “ponte di solidarietà” che supera le distanze geografiche.
In un mondo segnato da profonde disuguaglianze, Caritas Marche e Caritas Kenya collaborano attivamente per affrontare le emergenze, in particolare la crisi climatica che colpisce duramente il Kenya con siccità estrema e inondazioni.
Dopo la Messa, la delegazione kenyota ha incontrato i volontari locali, sia di San Benedetto del Tronto sia di Ascoli Piceno, condividendo le sfide quotidiane, i progetti avviati e le storie di speranza. L’appuntamento è stata anche l’occasione per visitare le bellezze naturalistiche ed artistiche delle due città.
L’incontro si è concluso con l’impegno rinnovato a continuare questo percorso, testimoniando che la carità cristiana è la forza capace di unire i popoli e costruire un futuro più giusto.


























0 commenti