SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Infermiere all’Ospedale “Madonna del Soccorso” di San Benedetto del Tronto dal 2007 e regista per passione, Franco Di Pancrazio porta avanti un lavoro che intreccia sanità, teatro e cinema sociale. Un percorso costruito nel tempo insieme a giovani, associazioni e realtà del territorio, in cui l’arte diventa uno spazio di incontro, crescita e inclusione, più che un palcoscenico.
Lei è infermiere e allo stesso tempo impegnato in teatro e cinema sociale. Come convivono queste due dimensioni?
Ho avuto anche un percorso di studi in Teologia e un’esperienza in seminario. Oggi il lavoro in ospedale mi tiene costantemente a contatto con la sofferenza e con la dimensione umana delle persone. Da qui nasce il desiderio di fare qualcosa in più. Il teatro e il cinema diventano un modo per restituire e condividere questa esperienza umana, anche la mia visione della vita, in una forma diversa ma complementare rispetto alla sanità.
Il cortometraggio “Trasparente” nasce da un lavoro con i giovani. Come è iniziato questo percorso?
Il progetto prende vita da un cammino iniziato circa due anni fa con alcuni adolescenti e con don Giordano Trapasso. Ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a lavorare con un gruppo della parrocchia di Pedaso. Da lì è venuta l’idea di coinvolgerli in un cortometraggio, per dare loro uno spazio di espressione. Il progetto è stato sostenuto dalla Parrocchia Santa Maria e San Pietro Apostolo, con il contributo dell’8xmille e di alcuni benefattori. Oggi il gruppo è composto da 22 ragazzi, con incontri settimanali e momenti di ritiro. Nel complesso, tra ragazzi e adulti coinvolti, siamo arrivati a circa 60 persone. Nel tempo si è visto un cambiamento: i ragazzi inizialmente erano più chiusi, oggi invece partecipano e si raccontano con maggiore naturalezza.»
Il tema dell’indifferenza è centrale in “Trasparente”. Che cosa avete voluto raccontare?
È un tema molto reale tra i giovani. L’indifferenza può generare isolamento e sofferenza, fino a portare in alcuni casi a chiusure profonde. Il titolo nasce proprio da questo: sentirsi invisibili. Però il punto non è la trasparenza in sé. Il problema è chi ti rende invisibile. La trasparenza non è un problema. L’obiettivo del progetto è aiutare i ragazzi a guardare la realtà da un’altra prospettiva, a non fermarsi alla superficie delle cose.
Con “I Nosocomici” portate il teatro anche in ospedale. Che esperienza è?
Abbiamo iniziato nel 2009 con uno spettacolo al Teatro delle Energie di Grottammare, con persone che non avevano mai fatto teatro. Con l’associazione “I Nosocomici”, nata nel 2016 e composta in gran parte da operatori sanitari. Facciamo piccoli momenti di comicità e improvvisazione con i pazienti. L’effetto è sempre molto positivo: i pazienti reagiscono, sorridono, si distraggono. Spesso poi vengono anche a teatro una volta dimessi. È un’esperienza che crea relazione, anche se organizzarla non è semplice per via dei turni.
Il film “State buoni se potete” ha coinvolto molte persone, anche con disabilità. Che tipo di esperienza è stata?
Alla fine ho detto: mai più, perché è stato un lavoro molto impegnativo. C’erano circa 70 attori e una macchina organizzativa complessa. Il Covid ha reso tutto ancora più difficile, con restrizioni e problemi logistici, anche durante le riprese. È un remake di un film che per me è molto significativo: “State buoni se potete” del 1983, diretto da Luigi Magni, con Johnny Dorelli e Philippe Leroy. È stato premiato con due David di Donatello. Racconta la dimensione spirituale e la presenza del bene e del male nella vita dell’uomo, spesso in modo inconsapevole. La sua realizzazione è stata un’esperienza intensa e molto impegnativa.
Che cosa la motiva a portare avanti questi progetti?
Il lavoro in ospedale mi mette ogni giorno a contatto con la sofferenza e con l’umanità delle persone. Questo genera il desiderio di fare qualcosa che vada oltre la cura clinica. Il teatro e il cinema diventano un modo per condividere e restituire questa esperienza, in una forma diversa ma collegata alla sanità.
Sta lavorando a nuovi progetti?
Sì, ci sono alcune idee, ma per ora preferisco non anticipare nulla.
Che rapporto ha con il territorio e con i giovani?
Sono originario per metà dell’Abruzzo e per metà delle Marche e mi sento molto legato a questo territorio. Stare con i ragazzi è molto bello: ti danno tanto. Oggi però è più difficile per loro fare scelte e percorsi, perché sono continuamente sollecitati dai social e da molti stimoli. Quando però si entra in relazione, la risposta è molto autentica.