Di Pietro Pompei
Gli ultimi dati Istat sulla situazione demografica italiana, pubblicati a fine marzo 2026, si sono rivelati tanto impietosi quanto ormai tristemente ripetitivi.
Mi hanno riportato ad una decina di anni fa, quando lessi, tra la curiosità e lo stupore, uno scritto proveniente da un nostro concittadino trasferito a Londra e che riguardava la nostra Nazione, dal titolo provocatorio “un’Onda Amara lunga”.
Anche nel 2025, infatti, si è riscontrato un calo della fecondità, per cui in Italia si scende a 1,14 figli per donna e le nascite sono state appena 355 mila, facendo registrare un calo di addirittura il 3,9% sul 2024.
Così scriveva: “Vista dall’estero, con gli occhi dei nostri emigranti italiani, questa sembra essere una triste scena. La parabola della nostra Italia. Sembra di trovarsi proprio sotto la croce del Cristo, mentre i soldati romani giocano a dadi per prendersi a sorte la tunica. Si sta consumando una tragedia e chi ha responsabilità discute d’altro. Così, da lontano, da fuori, sembra la nostra terra. Discutere, parlare d’altro o semplicemente parlare attorno a un problema pare essere tipico della nostra cultura. Non quello di risolverlo. Di mettersi all’opera. Ricordo anni fa in Francia, mentre in patria si facevano conferenze sulla famiglia e la sua importanza, lì ad ogni passo della vita quotidiana si poteva osservare qualcuno con un tesserino “magico” con scritto “famille nombreuse” (da tre figli in su), per avere tutte le facilitazioni del caso. Stupiva constatare come una società laica, in qualsiasi momento, fosse così concretamente sensibile alla famiglia. È l’agire che risolve e fa avanzare. Non l’azione “incantatoria” della parola o della promessa. Oltre a questa distanza tra dire e fare, per uno sguardo da fuori ne esiste un’altra ben più particolare. È una logica sotterranea, un’onda lunga. Preferire ormai da molti anni dinamiche di morte piuttosto che quelle di vita. Negli occhi di molti di noi all’estero si legge un interrogativo come questo: “Dove va a sbattere la nostra bella Italia?!”. Paradossalmente, è ferma. Inceppata, sotto i più differenti profili. Se ne può affastellare agevolmente qualcuno. Da anni ormai avere una famiglia numerosa è considerato un problema, ci si riduce spesso a un solo figlio. Si constata, poi, statisticamente, il fenomeno della denatalità, quando i morti superano i nati. Senz’altro questa non è una dinamica di vita per un Paese. Una terra, culla dell’arte e della cultura, si vede piazzata agli ultimi posti in Europa nel sostenere questo aspetto tipico della nostra storia. Non si coltiva la nostra genialità, i nostri talenti, il nostro bisogno di cultura. Inoltre, in tantissimi campi o settori, tra efficienza, apparenza o compiacenza, generalmente la preferenza non va mai alla prima”.
Sedici anni fa ci fu un Forum con tante speranze e tanti suggerimenti, ma tutto è rimasto sulle belle parole; poco ha recepito il mondo politico, si è fatto quasi nulla per aiutare le famiglie sul problema della natalità. Molto si fa altrove; aveva ragione quel nostro connazionale.
“Una riflessione sulle politiche familiari e la natalità, avendo presenti i valori in campo, ma anche cercando di delineare piste concrete d’impegno. Al forum Il costo dei figli: quali sfide, quali azioni, organizzato dalla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) e dal Cisf (Centro internazionale studi famiglia), si sono confrontati, giovedì 20 maggio 2010 a Roma, esponenti politici dei diversi schieramenti: Anna Serafini (Pd), Luisa Santolini (Udc), Massimo Polledri (Lega Nord), Beatrice Lorenzin (Pdl). Punto di partenza, l’indagine sul “costo dei figli” realizzata nei mesi scorsi dal Cisf e presentata dal sociologo Pierpaolo Donati. Aprendo il confronto, il presidente della Fisc, don Giorgio Zucchelli, ha rimarcato la volontà che sta dietro a questi appuntamenti, ossia affrontare “tematiche emergenti per documentarsi e proporre un arricchimento culturale”.
Torniamo prima di tutto al matrimonio e cerchiamo innanzitutto alla radice il perché di tante crisi che limitano tanta fecondità insieme all’aborto. La libertà è “singol” e si fa famiglia vivendo da soli; negli ultimi dati Istat come sono classificati?
Tra i tanti aforismi al “vetriolo” dello scrittore inglese O. Wilde sul matrimonio, ce n’è uno sul quale vorrei fermare l’attenzione del mio lettore e farne motivo di riflessione. Dice così: “I matrimoni senza amore sono orribili. Ma vi è qualcosa di peggiore di un matrimonio assolutamente senza amore: il matrimonio in cui vi sono amore, fedeltà, devozione, ma solo da una parte: uno dei due cuori si spezzerà sicuramente”. È vero che noi siamo chiamati singolarmente a rispondere delle nostre azioni, ma nel matrimonio la singolarità ha due voci che, pur nella diversità dei mezzi di comunicazione, tendono ad una stessa espressione. Quante ipocrisie intorno alla famiglia: tutti la vogliono aiutare; in definitiva, però, c’è tutto un sottile lavorio per disgregarla. “Maschio e femmina li creò” (Gn 1,27). A Dio non mancava modo di portare avanti la sua Creazione in altro modo; invece no. È nell’immediato innamoramento di Adamo che ha posto il proseguo del genere umano. “I due saranno una cosa sola” (Gn 2,24). E nel peccato originale si è potuto constatare che l’azione dell’una ha coinvolto anche l’altro. Purtroppo, oggi, narcisisticamente innamorati della nostra individualità, educhiamo alla singolarità anche nel matrimonio. Ciò che in passato erano semplici battute di scherno, oggi sono diventate vere e proprie pretestuose lezioni di comportamento. Ci si educa ad essere “singol” anche nel matrimonio. Si continuano le proprie abitudini perché, dice la società, non è giusto rinunciarvi. C’è una spinta all’uniformità innaturale, basata esclusivamente sulla legge del “diritto”, mai su quella della reciproca “comprensione”. Il Papa San Giovanni Paolo II ha voluto giustamente rivendicare l’assonanza dell’indissolubilità del matrimonio con la legge naturale. Ciò significa che la singolarità si sposa nell’unità in un’armonica compensazione. Non ci si chiede di rinunciare alla propria personalità: questa, infatti, ha nell’innamoramento la forza di “sposarsi” con l’altra e nel “sacramento”, per noi credenti, la “grazia” per superare i dissidi che sono riposti nell’insufficienza umana. Fa pena tanta prosopopea, purtroppo anche tra cattolici, nel giudicare anacronistiche le esortazioni del Papa, che da buon Padre soffriva nel vedere tanto dolore causato proprio dalle tante continue separazioni e dai molti divorzi. Separazioni e divorzi sono anomalie sociali e, come tali, rendono inquieto il genere umano. Non si può pretendere di adeguare la morale al disordine, confondendolo con la civiltà. Ed è strano e preoccupante che tutto questo trovi consenzienti anche tanti cattolici. Ma che sia il frutto di una mentalità che si sta diffondendo anche tra di noi? In questa “frenesia” di movimenti e di gruppi, a nessuno viene in mente che si possa esercitare una forza “centrifuga” familiare? Queste chiamate singole fanno veramente bene alla vita familiare? Per carità, qualcuno mi risponda.
Non a caso la famiglia è stata definita “Piccola chiesa domestica”, che non va, però, schiacciata né disgregata. È bello unire insieme tanti piccoli “nuclei”, anche, purtroppo, dati i tempi, sfruttando le ore notturne, ma occorre innanzitutto alimentare e salvaguardare l’intimità di ciascuno. Le nuove famiglie non sanno stare da sole. E quello che potrebbe sembrare un pregio, se fatto con equilibrio, potrebbe ben presto tramutarsi in un impercettibile ambiente di separazione. Potrebbe essere il proseguo della legge del “branco”, con tutte le nefaste conseguenze per la propria autonomia. Allora il Papa Wojtyla chiedeva un atto di buona volontà a tutti, specialmente a quelli che “per professione” sono messi in condizione di “appianare” tanti contrasti. Si chiede l’atteggiamento di un “padre” che non vuole dare ad un figlio “uno strumento” con cui si può far male. È un atto di amore civile quando si aiuta ad “unire” e non far prevalere la remunerazione per una pratica di separazione.
Si continua a favorire gli aborti e a denunciare chi contrappone l’obiezione di coscienza, e c’è chi scusa con il “fan tutti così” come legge morale giustificativa per ogni azione trasgressiva.