DIOCESI – Pubblichiamo il ricordo scritto da Don Gianni Croci in memoria di Don Pio Costanzo.
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Carissimo don Pio,
forse è proprio davanti al mistero pasquale della morte che il nostro sguardo riesce finalmente a sintonizzarsi con quello di Dio. È in momenti come questo che le fragilità di ognuno, quelle che siamo così abituati a notare, passano in secondo piano, e riusciamo a vedere tutta la bellezza della storia di chi ci è stato compagno di viaggio.
In questi giorni leggo ovunque espressioni di stima e gratitudine nei tuoi confronti, sui giornali e sui social. Sono i sentimenti più veri, quelli che purtroppo facciamo fatica a dirci mentre camminiamo insieme lungo i sentieri tortuosi della vita, proprio quando avremmo più bisogno di un po’ di conforto.
Volevo scriverti anche io, semplicemente per dirti un “grazie” che viene dal cuore. Lo sai, non ho il tuo dono per la scrittura, ma sento il bisogno di dirti quanto ti sono grato. Sono arrivato a Cristo Re proprio quando ne diventavi parroco: ero impaurito, spaesato, con il solo desiderio di “fare comunione” con il prete che la Chiesa mi aveva messo accanto. Abbiamo vent’anni di differenza e mi hai trattato proprio come un figlio.
Sono stati anni bellissimi. Ricordo quando ti sentivo alzare presto al mattino per studiare; mi facevi leggere tutto quello che scrivevi — libri, commedie, tragedie, lettere — e io restavo incantato a sentirti parlare a tavola di teologia all’avanguardia. Ascoltavo le tue omelie infuocate e seguivo le tue catechesi così originali. Anche se non sempre la pensavamo allo stesso modo sulla pastorale, mi hai lasciato lo spazio per sperimentare, fare e servire. E quando ho sbagliato, mi hai sempre difeso davanti a tutti.
Don Pio, di tutto quello che abbiamo vissuto insieme non mi resta solo la tua cultura immensa, la tua creatività o il tuo impegno per il territorio e per i poveri. Quello che ho ammirato di più è che sei sempre stato te stesso. Non hai mai nascosto la tua avversione per ogni forma di autorità, non hai mai rinunciato al tuo spirito critico, non hai mai scelto la via facile della tiepidezza. Dio ci chiama con i nostri talenti e con le nostre povertà, perché impariamo da Lui a donare un amore che non va “meritato”. Standoti vicino ho imparato a stimarti e a volerti bene.
Ma c’è una cosa, don Pio, che porterò sempre con me. Spesso, negli ultimi tempi, mi dicevi: “Non condivido nulla di quello che fai a livello pastorale, per me è tutto sbagliato, ma l’amicizia è un’altra cosa”.
È la lezione più bella: restare amici al di là dei progetti e delle visioni diverse.
Eri sempre felice quando passavo a trovarti, fino a pochi giorni fa in ospedale. Volevi sapere tutto, come andavano le cose… ma l’ultima volta non riuscivi a parlare e ti sei commosso. Conserverò gelosamente quel ricordo: mi ha mostrato che dietro l’uomo forte e “di rottura”, c’era un cuore grandissimo che ha cercato di amare, senza dimenticare mai nessuno, specialmente gli ultimi.
So che mi accompagnerai e ci accompagnerai ancora, perché nel tuo volto ho visto la serenità di chi rinasce a nuova vita: il segno che hai vinto la paura, come dicevi spesso, di ‘finire all’inferno’. Sono sicuro, come scrivevi, scherzando, in uno dei tuoi libri, che in cielo ci sia un ‘Alto Tribunale di Cassazione’ diretto da una donna, Maria di Nazaret; lei chiamerà Giuseppe, falegname esperto e sempre pronto a ubbidirle, e gli ordinerà di aprire per te le robuste porte del Paradiso.
Un grande abbraccio!





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