X

Diocesi del Piceno, intervista al giovane catecumeno Devid: “Con il Signore non sarai mai più solo”

 

CASTEL DI LAMA – Mancano poche ore alla notte di Pasqua e nella suggestiva chiesa del Santissimo Crocifisso in Castel di Lama il silenzio è assoluto. Faccio il segno della croce e sono in procinto di proseguire oltre il meraviglioso fonte battesimale sito all’ingresso, quando vengo distratta dal fascio di luce che proviene dalla mia destra: dall’altare della riposizione, circondato da piante di ulivo e delicati fiori bianchi, avvolto in lunghi drappeggi di stoffa rossa, si irradia una luce abbagliante che, insieme all’oro del Santissimo e alla parete di vetro trasparente, crea un gioco di riflessi assolutamente sbalorditivo.

In prima fila, intento a meditare e pregare, è seduto un ragazzo: capisco subito che si tratta della persona che devo intervistare. Lo osservo: ha gli occhi tersi, leggeri e limpidi come il cielo, ma lo sguardo non è perso tra le nuvole; al contrario, sembra pienamente presente, attento e coinvolto in quello che sta facendo.

Mi si presenta così Devid Banaouas, il giovane catecumeno di quasi 17 anni che stasera, Sabato 4 Aprile 2026, durante la Messa della notte di Pasqua, riceverà i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana.

Appena termina di pregare, mi avvicino e mi accoglie con grande cordialità e un sorriso sincero, che non nasconde però la naturale ritrosia a parlare di sé. Un sentimento che tuttavia svanisce presto: Devid è un fiume in piena e ha tante cose da dire! Forse anche questo fa parte del cambiamento che sta vivendo in questi mesi.

Raccontami un po’ della tua vita …

Sono nato ad Ascolta Piceno l’8 Maggio del 2009, quindi tra poco compirò 17 anni. I miei genitori non sono italiani: mio padre è tunisino, mentre mia madre è ucraina. Io, invece, sono italiano a tutti gli effetti: sono nato qui, ho frequentato qui le scuole e ho qui i miei amici.

Quando hai deciso di diventare cristiano e perché?

Mio padre è musulmano, mentre mia madre è ortodossa. Fino a pochi mesi fa non ero mai entrato in una chiesa. Poi lo scorso anno i miei compagni di classe hanno iniziato il cammino per ricevere il Sacramento della Cresima e mi sono incuriosito.  Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scoprire qualcosa di più su Dio e su come vive una comunità cristiana cattolica. Mi sono chiesto: cosa c’è di diverso? Quindi ho cominciato a frequentare il catechismo, ma senza andare in chiesa: andavo solo agli incontri, giusto per vedere i miei amici ed ascoltare quello che veniva detto.

Un giorno Federica, la catechista, ci ha detto che essere cristiani non significa andare a Messa tre o quattro volte all’anno e poi dimenticarci di Dio per il resto dell’anno; al contrario, essere cristiani significa vivere ogni giorno, nella comunità, da cristiani, cioè da figli di Dio, che operano il bene e amano gli altri. E poi ha aggiunto che il fatto di essere figli di Dio significa che noi non siamo mai soli, perché Dio è sempre con noi. Questa cosa mi ha affascinato molto: mi sono detto subito che anche a me sarebbe piaciuto essere figlio di Dio e non sentirmi mai solo.

Quando ti è capitato di sentirti solo?

Non mi sono mai sentito solo nel senso che non ho persone con cui incontrarmi o divertimi. Però a volte mi è capitato di sentirmi solo nel senso che in qualche circostanza non ho trovato nessuno con cui condividere i miei pensieri, qualcuno a cui potessi raccontare i miei pensieri liberamente, sapendo di essere compreso e corrisposto.

Nella Chiesa cosa hai trovato finora?

Prima di tutto una comunità in cui riconoscermi. Lo scorso anno sono andato a Roma in occasione del Giubileo e mi è piaciuto tantissimo: abbiamo vissuto insieme per quattro giorni e siamo stati tutti insieme allo stesso modo, incontrando anche altri giovani provenienti da altri Paesi del mondo. È stato molto bello perché ci siamo sentiti davvero tutti uguali.

Poi le parole della catechista Federica e del parroco don Paolo mi hanno donato anche tanta fiducia in più nel futuro. In più occasioni hanno detto che nella vita si può fare qualsiasi cosa, se una persona ha la volontà e si impegna. Se uno ha un obiettivo alto, può e deve crederci sempre, senza mai abbattersi alle prime difficoltà. Questa cosa mi piace molto e mi ha dato forza e speranza, perché mi rispecchia: anche io voglio avere obiettivi alti.

Quali sono questi obiettivi alti di cui parli?

Vorrei diventare carabiniere, perché voglio essere un punto di riferimento per la gente e voglio aiutare le persone. Ovviamente nella vita non serve la divisa per aiutare la gente, lo si può fare anche quando capita l’occasione, ma io voglio farlo ogni giorno, in maniera sistematica. Inoltre indossare quella divisa significherebbe rappresentare lo Stato, quindi mi farebbe sentire ancora più italiano e mi porterebbe a difendere ogni giorno la giustizia, la rettitudine, l’onestà. Da grande vorrei avere la reputazione di essere una persona così: uno che difende chi è debole, che aiuta chi è in difficoltà, che si impegna per far vivere bene gli altri. Tutti, senza distinzioni.

Invece la divisa da cristiano come pensi ti farà sentire?

Quella sarà ancora più impegnativa da indossare: da carabiniere, infatti, vestirei la divisa dello Stato, ma attraverso i Sacramenti vestirò l’abito di Dio, di Cristo. Mi sento una grande responsabilità, nel senso che mi sento chiamato a vivere seguendo l’esempio di Gesù, quindi non a sopravvivere, ma a vivere con valori alti e quindi nella pienezza. Dio entrerà nel mio cuore e questo cambierà la mia vita.

A dire la verità, Dio è già entrato un po’ nella mia vita e mi ha portato tanta tranquillità e anche un senso di protezione. Non saprei spiegarlo, ma mi sento come avvolto da uno scudo che mi mette al riparo da tante negatività. Magari è solo una sensazione, ma nel mio cuore da un po’ si è fatta spazio la speranza, una cosa nuova per quello che mi riguarda. Prima mi abbattevo per le cose che non mi piacevano, per le difficoltà che incontravo: adesso, invece, sono molto più fiducioso; non vedo sempre tutto nero e, anche quando c’è una difficoltà oggettiva, penso che il Signore mi aiuterà ad affrontarla. Questo cambio di mentalità è molto potente, perché mi ha condotto alla felicità.

Alla vigilia di questo momento importante per la tua vita, per cosa preghi?

Prego per la pace nel mondo, in particolare in Ucraina, dove ho ancora la mia bisnonna, che è anziana. Penso ai miei cuginetti piccoli: il loro sogno è quello di svegliarsi la mattina dopo, quello di essere vivi. Ma il sogno di un bambino non dovrebbe essere questo, bensì quello di pensare al futuro. Penso anche a mio zio e agli altri parenti ucraini che sentono quotidianamente il rumore delle bombe.

Poi prego per la pace interiore di ogni persona, in particolare per la mia e per quella dei miei familiari e dei miei amici. Ho detto prima che, da quando ho iniziato questo cammino, mi sento molto più tranquillo e anche più fiducioso e speranzoso per il futuro. Mi piacerebbe che tutti potessero trovare questa quiete e vivere serenamente.

Cosa ti senti di dire a chi sta cercando Dio?

Non so se sono all’altezza di dare consigli agli altri, vista la mia giovane età. Però posso dire quello che è stato detto a me. E lo dico soprattutto ai ragazzi e alle ragazze della mia età, che spesso si sentono soli o pensano che la vita non abbia tanto senso: con il Signore non sarai mai solo. Non solo: a volte capita che nelle amicizie ci sia qualche interesse e, quando lo scopri, resti un po’ delusi. Invece da Dio non sarai mai deluso, perché la sua amicizia è gratuita e disinteressata. Questo è poco, ma sicuro. Anzi: non è poco, è proprio tanto nella vita! Anzi, direi tutto.

Gli auguri della comunità a Devid

A Devid vanno gli auguri di tutta la comunità interdiocesana picena, in particolare di don Paolo Sabatini, che sarà il suo padrino e che, attraverso le nostre pagine, gli rivolge questo pensiero:

Caro Devid,

nel ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, il Signore viene a farti visita.

Sia per te come il compimento del settimo giorno,

come l’opera creatrice con cui il Signore ti chiama alla vita,

accogliendoti col Suo amore nella Chiesa”.

 

 

 

Carletta Di Blasio: