Di M.Michela Nicolais
La vita consacrata può rinascere dalle sue fragilità. Può sembrare un paradosso, ma invece è la tesi di fondo e la scommessa del volume “Un futuro senza numeri e senza mura” (San Paolo). Una conversazione sullo “stato di salute” della vita consacrata, articolata in venti domande e altrettante risposte, tra il card. Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di vita Apostolica, e don Giuseppe Costa, sacerdote salesiano ed esperto di comunicazione religiosa. L’ oggetto è un tema sempre cruciale e attuale per il destino della Chiesa, rilanciato oggi anche dalla significativa successione, sul soglio di Pietro, di due papi provenienti da due famiglie religiose: i Gesuiti per Papa Francesco e gli Agostiniani per Papa Leone.
L’inesorabile calo delle vocazioni, soprattutto in Occidente, la qualità della formazione, le difficoltà a vivere e a testimoniare la vita fraterna, la fedeltà al carisma originario tra attività apostoliche da portare avanti e notevoli difficoltà economiche.
Sono gli indicatori di uno stato di fragilità della vita consacrata che potrebbero indurre allo scoraggiamento, ma che se presi in carico con carica profetica e aderenza alle sfide del presente e del futuro possono rivelarsi un’occasione per ritrovare lo slancio a volte perduto.
“Oggi la vita religiosa è più necessaria che mai,
ma ha bisogno di recuperare come non mai l’innamoramento e il fascino per il Signore Gesù, mettendolo al centro delle nostre vite e nel profondo dei nostri cuori”, dichiara Artime, secondo il quale
“continuare a identificare la vita consacrata solo con la funzione sociale che svolge (nelle scuole, negli ospedali, o nelle istituzioni di azione sociale) non è soltanto un errore: è anche fonte di pessimismo, di ostalgie del passato e di chiusura davanti a qualsiasi possibilità di cambiamento e trasformazione”.
“Ciò che giustifica la vita religiosa non è ciò che si fa, bensì ciò che si è, ciò che siamo: segni della presenza di Dio nel mondo, metafore dell’amore di Dio”, il punto di partenza per trasformare i fattori di crisi in occasione di crescita. Il primo passo, sul piano vocazionale, è la consapevolezza che “la vita consacrata non può essere vissuta a metà, finché dura il mio entusiasmo”.
Sia nei seminari che nelle parrocchie c’è “molta meno maturità di quella che si suppone”,
denuncia coraggiosamente il cardinale: “non è più sufficiente una formazione spirituale e dottrinale di base. E’ necessaria sempre più una preparazione umana, affettiva, psicologica e culturale, che permetta di dialogare con il mondo e di rispondere alle sfide sociali”. Autenticità, maturità umana e spirituale, preparazione integrale, apertura culturale e coraggio profetico, sono i requisiti necessari per rispondere alla crisi delle vocazioni, in un’epoca in cui i giovani chiedono anzitutto coerenza tra ciò che si proclama e il proprio vissuto. A loro, occorre far capire che la vita consacrata “non è una mutilazione di se stessi, ma una valorizzazione di ciò che si è, trasformati però dalla passione per il Signore, lavorando su di sé con la grazia che solo Dio dà, attingendo alle fonti di un carisma autentico e riconosciuto dalla Chiesa, a una spiritualità, a una missione e persino a una comunità”.
Non mancano, nel libro-intervista, le pagine dedicate agli abusi, con una precisa assunzione di responsabilità, sulla scia delle prese di posizione degli ultimi papi:
“Anche un solo caso è così grave da essere imperdonabile e ingiustificabile”. L’affresco che risulta dal volume è, in sintesi, quello di una vita consacrata caratterizzata, ancora oggi e per il futuro, da una forte carica profetica: “In un mondo che per molti aspetti è segnato dall’indifferenza e dalla frammentazione, le comunità che vivono una vera fraternità sono un segno visibile di unità, di incontro, di comunione e di riconciliazione. La testimonianza della fraternità comunitaria dimostra che un’altra logica è possibile, diversa da quella del dominio, dell’egoismo e della ricerca assoluta del potere e della ricchezza”. E’ la “controcultura evangelica”, che il cardinal Artime declina a partire dalla sua vocazione religiosa: “Don Bosco diceva ai giovani: ‘Con voi mi trovo bene’. E ancora oggi mi succede la stessa cosa”.