GROTTAMMARE – Raccontare la storia di Behrouz e del suo viaggio migratorio è un compito delicato e complesso, che intreccia la vicenda personale di un uomo con quella del suo paese, l’Iran, in un periodo di grande difficoltà. Con questa testimonianza, ci proponiamo di unire verità e rispetto, offrendo uno sguardo autentico sul suo percorso.

Oggi cittadino di Grottammare, Behrouz è arrivato in Italia 45 anni fa dall’Iran, una terra tormentata ma di straordinaria bellezza, ricca di storia e cultura.

Behrouz è nato in un Iran precedente alla deposizione dello Scià Reza Pahlavi, avvenuta nel 1979 per mano dell’Ayatollah Khomeini, leader supremo e fondatore della Repubblica Islamica. Quest’ultimo, salito al potere promettendo benessere economico e sociale, miglioramento della qualità della vita per ogni famiglia iraniana, libertà di stampa, politica e religiosa, instaurò invece, dopo un anno, una teocrazia e una repressione sociale con l’eliminazione massiccia degli oppositori. La guerra con il paese confinante, l’Iraq, causò migliaia di morti e feriti e trascinò il paese nel degrado e nella miseria, consolidando l’ascesa al potere del suo collaboratore Ali Khamenei nel 1981. Khamenei detiene ancora oggi la massima autorità, la guida religiosa e il controllo assoluto delle forze armate, del sistema giudiziario, dei media statali e delle agenzie di sicurezza, con la formazione di apparati militari e paramilitari finalizzati a sostenere il suo governo, piuttosto che a proteggere il popolo.

Behrouz, originario del nord, vicino al Mar Caspio, proviene da una famiglia di ceto medio, con il padre che gestiva una libreria di sua proprietà, frequentata assiduamente da lui e dai suoi tre fratelli. L’educazione familiare era severa, con compiti e responsabilità fin dall’età di 5 anni: fare la spesa, pulire, lavorare quotidianamente in libreria e andare in banca, spesso percorrendo lunghi tragitti a piedi per raggiungere la scuola sotto la pioggia o la neve. L’educazione scolastica era altrettanto rigorosa, esagerata e gravosa, con punizioni severe, al fine di rendere gli alunni obbedienti, responsabili e rispettosi verso sé stessi e verso gli altri.

Terminati gli studi superiori ed essendo stato operato chirurgicamente per calcolosi renale bilaterale, una sofferenza che lo affliggeva fin dall’infanzia, Behrouz ha deciso di proseguire gli studi in medicina, con l’obiettivo di aiutare i malati del suo paese. Dopo un tentativo non riuscito di superamento dell’esame di ammissione all’università a Teheran, ha valutato l’opportunità di studiare all’estero.

Perché avevi scelto proprio l’Italia?

Ho scelto l’Italia perché nella mia città c’erano tecnici italiani e di altri paesi europei che lavoravano alla costruzione di edifici prefabbricati per scuole e altre strutture. Con i miei due fratelli, che studiavano qui, durante l’estate andavamo a trovare gli italiani, che si dimostravano calorosi e gentili, offrendoci spaghetti e birra, e mangiavamo cocomero in un’atmosfera di festa. Ci raccontavano le loro usanze. Mi immaginavo un paese bello, con persone rispettose e accoglienti, con la forma di uno stivale e un clima simile al mio, e provavo una grande curiosità e affetto. Così, a 19 anni, ho deciso di partire per l’Italia.

Quali sono state le maggiori difficoltà iniziali e come le hai superate?

All’inizio non è stato facile. Mi sono iscritto all’università per studiare la lingua italiana a Perugia e, dopo molti tentativi e grazie all’ospitalità dei miei connazionali, trovai una stanza in affitto nella periferia della città, raggiungibile solo a piedi. Nei primi giorni mio fratello, anche lui in Italia, mi aiutò molto a imparare la lingua. La domenica andavamo in campagna a raccogliere noci, che ci coloravano le mani di marrone, tanto che il lunedì il professore notava il colore e lo faceva notare agli altri studenti.

Cosa ti ha spinto a perseverare nonostante le difficoltà iniziali e la nostalgia del tuo paese?

La nostalgia per il mio paese mi impediva di dormire, così camminavo in continuazione nella mia stanza al primo piano. Il proprietario di casa, per farmi smettere di vegliare, mi diede una bottiglia di vino rosso come rimedio. A volte, dalla finestra della mia stanza guardavo l’orizzonte, dove scorgevo le luci tra i cipressi, e la curiosità di scoprire cosa ci fosse oltre la vallata, a pochi chilometri di distanza, mi spinse a esplorare. Così, una domenica di novembre, partii all’avventura, attraversando campi coltivati a vite, assaggiando l’uva. Arrivato in un cimitero, rimasi affascinato dalle lapidi e dalle iscrizioni, perdendo la cognizione del tempo e rimasi chiuso dentro quando il cielo si oscurò e iniziò a tuonare. Preso dal panico, corsi verso l’uscita, ma il cancello si stava chiudendo. Le mie urla attirarono l’attenzione di una signora anziana, che chiamò il custode e impedì la chiusura completa. Uscito dal cimitero, sotto la pioggia battente, corsi verso casa attraverso la vallata.

Dopo aver iniziato a Perugia, con il corso di lingua e le prime difficoltà, dove hai proseguito e cosa altro hai fatto?

Dopo 6 mesi di corso di lingua a Perugia, ho sostenuto l’esame di ammissione a Medicina ad Ancona e mi sono iscritto all’università, credendo di aver superato il momento più difficile. Invece, il governo iraniano bloccò l’invio di denaro da parte dei miei genitori e mi intimò di tornare in Iran a causa della guerra con l’Iraq, scoppiata nel settembre del 1980. Decisi, però, di seguire il mio sogno e di impegnarmi a studiare con tutte le mie forze. Trovai un lavoro come scaricatore di camion una volta alla settimana. Successivamente, grazie ad amici che si trovavano nella mia stessa situazione, riuscii a lavorare come cameriere. Così, dal venerdì sera al sabato o alla domenica mattina, partivo da Ancona per San Benedetto del Tronto in treno e poi raggiungevo Monteprandone in autostop. A fine servizio, la proprietaria del ristorante mi dava gli avanzi, assicurandomi un pasto per qualche giorno.
Vivevo a Torrette di Ancona, in una soffitta senza isolamento termico, gelida d’inverno e torrida d’estate. Per spostarmi in città o per raggiungere altre località, come Roma per trovare i miei fratelli o Perugia, facevo l’autostop per risparmiare. Spesso, però, il conducente mi abbandonava lungo l’autostrada, lasciandomi disperato. Mi capitava di viaggiare seduto sul retro di un furgoncino, in mezzo alla paglia, oppure, a notte fonda, di tornare a piedi da Senigallia, dove lavoravo come cameriere per 16 ore, nel tratto tra Falconara e Torrette, sotto la pioggia e il freddo. Prima di trovare quel lavoro, spesso non avevo neppure i soldi per comprare una bustina di tè e mi accontentavo di un panino con la salsiccia cruda.
Terminati gli studi, mi sono laureato in Medicina ad Ancona. Dopo la laurea, però, ho avuto difficoltà a trovare lavoro e mi sono trasferito a Milano. Qui, una volta trovato un impiego, ho sposato la mia ragazza italiana, che avevo conosciuto durante gli studi ad Ancona. Dopo 5 anni, ci siamo trasferiti a Grottammare, per avvicinarci alle nostre famiglie. A Grottammare stiamo bene; qui i nostri figli sono cresciuti e si sono realizzati.

Com’era la vita in Iran prima della tua partenza? Che ricordi hai di quel periodo?

Ricordo il mercato ortofrutticolo, con i suoi profumi intensi, le strade affollate, la libreria nella piazza principale della città, sempre piena di gente fino a tarda sera, con i suoi libri di poesia e scolastici. La mia città aveva due cinema, anche all’aperto, fabbriche tessili con migliaia di operaie che si alternavano sui turni, la ferrovia, dove transitavano treni carichi di petrolio, e vasti campi coltivati a agrumi, cotone, sesamo e grano. Era una città ricca di tradizioni etniche e culturali, grazie alla presenza di emigrati turchi azeri, giunti in cerca di lavoro, e di profughi ungheresi e tedeschi, che vivevano nei loro quartieri dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’Iran è un paese vasto, con un popolo molto ospitale e accogliente, ricco di tradizioni, cultura e filosofia millenaria. È nato come Persia, culla dello Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste, fondata nel VI secolo a.C. e basata su tre principi: buone parole, buoni pensieri, buone azioni. Ancora oggi, questa religione è praticata soprattutto nel centro del paese e in India, dove i suoi seguaci si rifugiarono nel 1500 d.C. a causa delle invasioni arabe. Il suo simbolo è il fuoco, che arde e purifica. Gli iraniani festeggiavano il capodanno il 21 marzo, in concomitanza con il primo giorno di primavera, con una festa chiamata Norouz, che celebrava la rinascita e che veniva festeggiata in tutti i paesi di lingua persiana e turca, dall’Asia centrale, come il Tagikistan, fino alla Turchia e al Kurdistan, con riti affascinanti.

Riesci a tornare spesso in Iran? 

In passato ci sono tornato diverse volte, ma sempre con il timore di essere fermato e interrogato per motivi futili o per il mio modo di vestire, di esprimermi o di pensare. Attualmente non è possibile, perché c’è il rischio concreto di non poter più rientrare, di essere bloccato in aeroporto o altrove. A parte questo, per me e per la mia famiglia le visite sono sempre state una gioia. I miei figli venivano accolti con molto affetto dai numerosi cugini e parenti. Oggi i miei genitori non sono più in vita ed è stato un grande dispiacere non essere riuscito a rivederli per accompagnarli nell’ultimo viaggio, a causa delle restrizioni imposte dallo stato iraniano.

Di fronte al attuale crescente malcontento, pensi che il popolo possa cambiare il regime?

Il popolo è sceso in piazza per chiedere libertà, dignità e lavoro, per un presente e un futuro migliore. Purtroppo, non è armato e si trova di fronte a un regime che lo opprime da 46 anni con impiccagioni, torture, violenze, arresti e sparizioni. Questa gente ha bisogno dell’aiuto e dell’attenzione dell’Occidente, che però non arrivano a causa di interessi geopolitici ed economici.

Il viaggio di Behrouz è una vibrante testimonianza di resilienza e autodeterminazione. La sua storia, profondamente intrisa nella secolare aspirazione del suo popolo alla libertà e alla pace, risuona con l’eco di generazioni che sognano un futuro migliore per l’Iran. La sua voce illumina il cammino verso un domani in cui il paese possa finalmente realizzare il suo sogno di autonomia e prosperità. Pur avvertendo la delusione per il supporto mancato, Behrouz custodisce intatta la fiamma della speranza, un faro per tutti coloro che credono in un futuro più giusto e libero per l’Iran.

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1 commento

  • Michael
    02/02/2026 alle 22:21

    La forza dell'Iran sono le donne e non manca molto perché possano vedere la libertà.

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