Di Ana Fron, Rubrica “Immigrazione”

Leggi la prima puntata: Quanti immigrati ci sono nel territorio della diocesi?
Leggi la seconda puntata: Immigrati e cure mediche – Informazioni utili
Leggi la terza puntata: Diocesi di San Benedetto, gli immigrati residenti sono 13.588, le nazionalità presenti nei vari comuni
Leggi la quarta puntata: Ana Fron: “La gratitudine”
Leggi la quinta puntata: Partenza senza arrivo
Leggi la sesta puntata:  Le badanti e la loro condizione di vita
Leggi la settimana puntata: Considerazioni sulla Scuola e l’abbandono scolastico
Leggi l’ottava puntata: San Benedetto, Ana Fron: l’importanza della Comunicazione Interculturale
Leggi la nona puntata: I Sambenedettesi seguono con attenzione il caso di Omnia
Leggi la decima puntata: Ana Fron: “Zingaro!”
Leggi l’undicesima puntata: Ana Fron: “Gli stranieri ci rubano il lavoro?”

La maggioranza degli immigrati in Italia e formata da donne; in rapporto al totale, costituiscono un 55%. Molte di queste donne sono scolarizzate, tante di loro addirittura laureate ma, nonostante il ricco curriculum finiscono chiuse in qualche casa con mansioni da badanti e collaboratrici domestiche. Questo, in parte, perché spesso i diplomi conseguiti all’estero non sono riconosciuti in Italia. Per rendere valido il titolo estero è necessario superare esami aggiuntivi ai quali, essendo costrette a lavorare per la propria sussistenza, finiscono per rinunciare, con gravi perdite al livello personale, ma anche per la società che le accoglie in quanto potrebbe sfruttare competenze alle quali non ha contribuito economicamente.
In sostanza, le donne immigrate non hanno una vita facile, ma nonostante tutto sono un pilastro della propria famiglia e della società in cui vivono.
A Monteprandone tra i 1.155 immigrati residenti ci sono molte donne e una di loro è Edlira, arrivata dall’Albania nell’estate del 1999.
Un anno prima, Edlira, ha conosciuto un ragazzo italiano, Fabrizio, a Fier, nella città dove lavorava come insegnante di ruolo di chimica e biologia. Lei e Fabrizio si sono subito piaciuti e, per un po’ di tempo, hanno mantenuto un rapporto a distanza. Era Fabrizio che ogni due mesi andava a trovarla in Albania; lei è potuta entrare in Italia, per conoscere il contesto di vita del fidanzato, solo più tardi.

Come è maturata la decisione di trasferirti in Italia? È stata immediata?
No! Mi ci è voluto del tempo. Mi ero proprio innamorata ma, mi ero costruita a fatica una vita piena e soddisfacente in Albania. Rinunciare a tutto quello, senza un motivo serio non mi sembrava il caso.

Ma la distanza non vi ha scoraggiati, nel tempo. Vi siete poi sposati. Come è andata?
Lui mi ha fatto un invito con il quale ho ottenuto un visto turistico. Arrivata in Italia, nel suo ambiente, ho trovato lo stesso ragazzo di cui mi ero innamorata in Albania. In seguito, abbiamo deciso di sposarci e di costruire la nostra famiglia.

L’adattamento in Italia è stato “indolore”?
Considera tu, mi trasferivo da una città grande con 70.000 abitanti in una di 13 000. Meno frenetica e meno caotica. E poi, mi mancava il lavoro.

Dunque, il lavoro non lo hai trovato subito. Che difficoltà hai incontrato? Dopotutto hai una laurea importante.
Appena arrivata posso dire che ho molto sentito la mancanza del lavoro. Ho tentato di sfruttare i miei titoli ma non ci sono riuscita. La mia laurea, all’epoca, doveva essere equiparata allo Stato italiano. Avrei dovuto fare alcuni esami integrativi e, per motivi anche di lingua, ci ho rinunciato.
Quando ho avuto l’occasione, mi sono formata come “mediatore socio sanitario, linguistico” è ho iniziato a piccoli passi a lavorare nel sociale; nelle scuole e nei presidi sanitari. A volte riuscivo a lavorare di più, altre volte meno. Dipendeva sempre dai fondi che lo stato assegnava a questi servizi, a mio avviso indispensabili. Oggi continuo a lavorare come mediatrice culturale nelle scuole, e anche allo sportello per gli stranieri di Monteprandone, dove aiuto le persone a vedersela con la burocrazia. Insomma, molto o poco, mi è andato bene. In mancanza di lavoro mi dedicavo alla crescita e all’educazione delle mie due figlie, arrivate nel frattempo.

Hai due ragazze favolose. Vuoi raccontare qualcosa di loro?
Volentieri. La maggiore si chiama Giulia e studia a Torino ingegneria fisica, mentre la minore è Sara, che frequenta il Liceo scientifico al penultimo anno. Tutte e due hanno passato molti anni con gli scout. La minore ancora fa parte del gruppo di Centobuchi. Mi è sempre piaciuto l’ambiente e lo stile di vita che gli scout promuovono e mi sono trovata bene con le persone del territorio.

A proposito del territorio, sembra che tu ti sia ben integrata velocemente, non ti è mai capitato di essere discriminata in quanto straniera?
Discriminazioni, in genere, no, anche perché la mia famiglia in Italia ha costruito una cerchia di protezione intorno a me. Mi sono fatta conoscere e ho provato a capire le persone con cui venivo a contatto. Posso raccontare qualche piccolo aneddoto, che mi ha fatto sorridere più che arrabbiare.
Un giorno, cercando di affittare un’abitazione per i miei genitori, venuti anche loro in Italia, sento avvicinarsi la proprietaria della casa che mi dice “figlia mia, sono contenta di affittare ai tuoi genitori, non ne posso più di ricevere richieste da parte degli albanesi”. In seguito mi sono meglio presentata e, lei, una splendida persona, ha chiesto scusa.
Un altro episodio divertente è stato in prossimità di un’elezione amministrativa, quando nella cassetta postale ho trovo un volantino che recitava “Vota me che mando gli stranieri a casa!” Allora mio marito mi ha detto sorridendomi “Quindi sì che mi risolve un problema”.

La storia d’amore con il tuo marito si è confermata negli anni…
Si. Siamo partiti nella vita, uniti e con amore. Abbiamo fatto progetti insieme che in parte abbiamo realizzato; fino al 2019, quando, dopo tre anni di malattia, se n’è andato.
Oggi Edlira, nonostante la mancanza della ragione principale che l’ha portata a lasciare l’Albania, continua a chiamare casa l’Italia. Sostenuta da grande forza e intelligenza, prosegue il lavoro per compiere i progetti prefissi in gioventù. Lo deve alle figlie, a lei stessa e anche a Fabrizio.
La storia di Edlira potrebbe essere la storia di altre immigrate che formano lo strato sociale intorno a noi. Proviamo a conoscerle, senza pregiudizi, e troveremo ricchezza e tante lezioni di vita.

 

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