Vescovo Bresciani: “Il rifiuto della maternità, ancor più quando arriva alla soppressione del figlio che dovrebbe nascere, è solo icona di violenza in quanto nega all’altro la vita”

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DIOCESI – Si è svolta domenica, 1 gennaio 2023, alle ore 18:00, presso la Cattedrale Santa Maria della Marina la consueta Celebrazione Eucaristica di inizio anno a cui sono stati invitati tutti gli amministratori dei Comuni della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto. La Messa, presieduta dal vescovo Carlo Bresciani, è stata concelebrata dal vicario generale don Patrizio Spina, dai due viceparroci della parrocchia Santa Maria della Marina don Luciano Paci e don Romualdo Scarponi e dai diaconi Walter Gandolfi ed Emanuele Imbrescia ed ha inoltre registrato la partecipazione di molti amministratori locali. In prima fila il primo cittadino Sambenedettese Antonio Spazzafumo, il vicesindaco del comune di Grottammare Alessandro Rocchi, il Consigliere del Comune di Comunanza Luigi Contisciani e l’Assessore del Comune di Ripatransone Roberto Pasquali.

Ad introdurre la Santa Messa è stato il prof. Fernando Palestini, direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali nonché vicedirettore della Fondazione Caritas San Benedetto del Tronto ETS, il quale ha salutato gli amministratori presenti ed ha così affermato: “Papa Francesco ci dice che dalla crisi non si esce mai uguali, o si esce migliorati o peggiorati. All’inizio è sembrato che ne fossimo usciti migliori, con una certa propensione alla vicinanza verso l’altro che ci è accanto; poi, con il tempo, invece, ci siamo resi conto che questo senso di fraternità, che in un primo momento ci aveva legato, è stato messo in discussione dalla rabbia e dalla paura da cui molti sono stati presi e dalle tante difficoltà che tutti abbiamo dovuto affrontare, ma in particolar modo i più deboli, i più soli. Così scrive papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale per la Pace: ‘Avendo toccato con mano la fragilità che contraddistingue la realtà umana e la nostra esistenza personale, possiamo dire che la più grande lezione, che il Covid-19 ci lascia in eredità, è la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana, fondata sulla comune figliolanza divina, e che nessuno può salvarsi da solo. È urgente dunque ricercare e promuovere insieme i valori universali che tracciano il cammino di questa fratellanza umana’. E ancora: ‘Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale. Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune’. È con queste parole che vogliamo iniziare l’anno per impegnarci ad essere davvero operatori di pace”.

Due i temi su cui il Vescovo Bresciani si è soffermato durante l’omelia: la ricorrenza della Maternità di Maria e la Giornata Mondiale per la Pace. Queste le sue parole: “L’anno nuovo inizia sotto la protezione di Maria. La liturgia ci invita, infatti, a contemplare la sua divina maternità, icona sicura di pace, come è chiunque dona e non toglie la vita. Maria non solo dona la vita, la dona al Figlio stesso di Dio. A lui dona la vita, a noi e al mondo dona lui, Gesù. La maternità è icona di pace, perché rimanda alla custodia e alla cura della vita, rimanda a coloro che donano parte di se stessi – del proprio tempo, delle proprie fatiche e dei propri sacrifici – per la vita degli altri. La madre, infatti, dona il suo corpo, perché il figlio abbia un corpo e con esso la vita nel mondo. La madre dona le sue fatiche, perché il figlio cresca e diventi uomo. Vorrei fermarmi questa sera su questi due temi che caratterizzano questa giornata di inizio anno e che mi sembrano strettamente connessi: la maternità e la giornata mondiale di preghiera per la pace.
La maternità rimanda al primo dono, assolutamente gratuito, che abbiamo ricevuto: la vita. Oggi la maternità nel nostro mondo occidentale soffre di una grande crisi. Ormai tutti ne sono consapevoli, è sotto gli occhi di tutti: in Italia, e nel mondo occidentale in genere, il crollo delle nascite è quanto mai preoccupante. Ovviamente le cause sono molte, e certamente non sono da attribuire solo alla donna, ma il dato dice di una genitorialità in crisi, certo per molti motivi, ma sicuramente ciò è dovuto anche a una mentalità poco incline a donare la vita e alle cure che essa richiede. Domina sempre più una prospettiva individualistica, consumistica ed egocentrica della vita, una esasperata ricerca edonistica e un rifiuto delle responsabilità che la cura di altri, in questo caso del figlio, comporta. Domina sempre più in troppi ambiti della nostra cultura la chiusura su se stessi, che porta con sé anche una sessualità senza responsabilità, con l’illusione – perché di illusione si tratta – che questa sia la via per una vita riuscita e felice. La maternità divina di Maria, anche per le condizioni assolutamente eccezionali in cui è avvenuta, non parla di chiusura individualistica, dice invece di una apertura all’altro e di una cura dell’altro che permette l’avverarsi di quel meraviglioso miracolo che è la vita di un figlio.
Apertura all’altro e cura della vita sono alla base degli indispensabili rapporti di pace di cui ogni vita ha bisogno. Difficile pensare alla pace, che non è soltanto assenza di guerra, se l’individualismo diventa la mentalità con la quale uno vive accanto agli altri, senza prendersi cura gli uni degli altri. Non a caso il tema che papa Francesco ha scelto per questa 56a giornata della pace è: ‘Nessuno può salvarsi da solo’.

Nessuna convivenza, nessuna società e neppure nessuna famiglia è possibile, se si pone alla base di tutto lo slogan: ‘ognuno pensi solo a sé e ai propri interessi egoistici’. Da questo slogan viene solo solitudine ed amarezza della vita, oltre a lamentazioni e frustrazioni, perché ognuno di noi ha bisogno degli altri ed è impossibile dare senso alla vita senza reciproche relazioni di cura, proprio perché la vita è relazione e ogni vita ha bisogno di cura. La vita l’abbiamo ricevuta dai genitori che, dopo averci generato, si sono presi cura di noi. Senza quella cura non saremmo.
La chiusura individualistica, di cui soffre largamente la nostra società, non solo non genera vita nelle persone, non dà vita a nessuno, anzi finisce inevitabilmente nello sfruttamento dell’altro, esattamente l’opposto di ciò che richiedono i rapporti pacifici.

Da dove vengono le guerre relazionali, non solo quelle tra i popoli, se non da rapporti di chiusura egoistica e di sfruttamento, rapporti indisponibili a donare, ma solo a prendere, anche con la violenza psicologica, e spesso anche con violenza fisica? La maternità è icona del dare, del donare gratuitamente, non del prendere, per questo è icona di pace. Il rifiuto della maternità, ancor più quando arriva alla soppressione del figlio che dovrebbe nascere, è solo icona di violenza in quanto nega all’altro la vita. Il desiderio di pace, quella pace che tutti desideriamo, non è solo mancanza di violenza e di guerra, è desiderio di rapporti diversi, rapporti di giustizia, desiderio di relazioni in cui ci sia rispetto, in cui le malignità, le aggressioni verbali, le maldicenze e ogni genere di offesa sono bandite; desiderio di relazioni in cui ci sia maggiore comprensione e, se necessario, capacità di perdono reciproco: l’unico capace di ristabilire la pace, là dove la relazione è stata rotta.
Tutto questo, carissimi, non sarà mai possibile se ce lo aspettiamo solo dagli altri e non incominciamo da noi stessi, se non incominciamo noi a costruire relazioni di pace e di giustizia. Se ce le aspettiamo solo dagli altri e non incominciamo da noi, saremo destinati solo a lamentarci, perché quello che desideriamo non c’è o non ci viene dato, saremo sempre pronti ad accusare gli altri e, così facendo, non solo non creeremo relazioni pacifiche, ma peggioreremo anche quelle che ci sono. Impariamo da Maria che, più che lamentarsi, prende su di sé quanto comporta quella maternità eccezionale e imprevista e quanto richiede la cura della vita che gli è affidata. Non limitiamoci a pregare per la pace nel mondo, cosa che anche noi questa sera facciamo in modo particolare pensando all’assurda, drammatica e folle guerra di sanguinosa invasione dell’Ucraina. Diventiamo costruttori di relazioni di pace tra di noi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. La nostra sarà una preghiera che non viene da un rifiuto di assumerci la nostra personale responsabilità, ma riconosce che parte dal riconoscere che tutti, e noi per primi, abbiamo bisogno di conversione, cioè di cambiare modo di pensare e di agire, se non vogliamo che la preghiera sia sterile o semplicemente uno scarico su Dio di responsabilità che spettano solo a ciascuno di noi. Maria non scarica la sua responsabilità, la assume fino in fondo, fino ai piedi della croce e forse è proprio lì che la sua maternità ha il suo pieno compimento, in quel suo modo di stare lì, impotente fisicamente. Mentre dona al figlio tutto il suo amore di madre, diventa la perfetta icona della pace.
Buon anno. Che nell’anno nuovo tutti possiamo essere costruttori di relazioni di pace, lì dove siamo chiamati a vivere e possiamo godere insieme la pace che insieme abbiamo costruito nelle nostre rispettive comunità e nelle nostre famiglie“.

Al termine dei riti di comunione, prima della benedizione finale, il prof. Palestini ha invitato tutti gli amministratori presenti a salire sull’altare per ricevere, direttamente dalle mani del vescovo Bresciani, il messaggio di papa Francesco per la 56° Giornata Mondiale della Pace, con l’auspicio ad essere tutti operatori di pace.

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