Occupazione a livelli record dal 1977

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(Foto ANSA/SIR)

Alberto Baviera

“Che l’occupazione cresca è un dato importante, ma se produce lavoro impoverito bisogna fare attenzione. Anche l’occupazione stabile ormai può essere legata a contratti legali ma non dignitosi e che rispettano la Costituzione. L’art. 36 dice che la retribuzione dev’essere ‘sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa’. E in tanti casi così non è, perché ormai non sono più interessati solo il 5% o il 10% dei contratti”. Così Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale delle Acli con delega al Lavoro e al Terzo settore, commenta al Sir i dati diffusi ieri dall’Istat su “Occupati e disoccupati” a ottobre 2022. È proseguita la crescita dell’occupazione (+82mila) registrata a settembre, per effetto dell’aumento dei dipendenti permanenti. Rispetto al mese precedente, inoltre, sono diminuiti disoccupati e inattivi. Il tasso di occupazione è salito al 60,5%, raggiungendo valore record dal 1977, primo anno della serie storica; quelli di disoccupazione e inattività scendono al 7,8% e al 34,3% rispettivamente.

In un contesto interessato da molte crisi sono, per certi versi, dati che sorprendono. Anche a lei hanno fatto questo effetto?
La notizia è certamente positiva. Il tessuto complessivo dell’economia del nostro Paese ha ancora le capacità di investire, di creare lavoro, anche in una situazione generale complicata. La nostra non è un’economia allo sfascio ma non dobbiamo dimenticare che siamo in un’altalena che da più di un biennio oscilla tra pandemia, investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, manovre che da qualche anno introducono soldi nella società italiana. C’è stata un’iniezione statale di liquidità per dare ossigeno all’economia e questo crea un clima non negativo. Ora si tratta di vedere quando la situazione si stabilizzerà, perché non siamo ancora arrivati a quel punto. Si sta facendo parecchio debito e stiamo vivendo anni straordinari.

Rimane però il fatto che i dati parlano di un’occupazione in crescita…
La tendenza degli ultimi 20-30 anni è stata quella di lavorare peggio per lavorare tutti. Abbiamo numeri bassi di occupazione femminile, salari bassi con l’Italia unica in Ue a vederseli ridotti negli ultimi decenni, situazioni di lavoro non solo povero ma impoverito. I dati raccolti dai nostri Caf dicono che, per esempio, le donne tra i 30 e i 40 anni hanno nel 38% dei casi stipendi sotto la soglia della povertà relativa o comunque a rischio povertà.

Il Paese per tenere i numeri dell’occupazione o recuperarli nei periodi “caldi” ha fatto sconti alla qualità del lavoro. Ci sono tanti settori, compresi quello pubblico o il Terzo settore, in cui si obbliga a lavorare sottocosto.

Quindi che aumentino i contratti permanenti non è di per sé una buona notizia?
Certamente la precarietà non è positiva. Ma

per anni abbiamo pensato che il lavoro non decente fosse solo quello precario. Oggi c’è anche tanto lavoro stabile non decente: perché i contratti sono di poche ore, ci sono situazioni di part-time involontario…

In sostanza si è portati ad accettare di lavorare peggio pur di lavorare.

Il lavoro povero non crea solo difficoltà per la famiglia del lavoratore ma all’intera società

perché è una situazione nella quale si versano poche tasse e pochi contributi, e lo Stato ha meno risorse per servizi e pensioni. L’impoverimento del lavoro genera un impoverimento del Paese.

Dal suo punto di vista qual è stato l’errore commesso?
La concorrenza al massimo ribasso. Non si è giocata una competizione sulla competenze e sulla qualità ma sulla furbizia e sulla precarietà.

I provvedimenti previsti nella Legge di Bilancio possono contribuire ad invertire la rotta?
Mi sembra che non ci sia una visione di Paese nel quale si vuole

rimettere al centro il lavoro dignitoso

e su quello creare la competitività del Paese. Anche con il taglio sul Reddito di cittadinanza non si vuole aggredire il vero problema, che è l’occupabilità. Serve mettere insieme politiche attive sull’occupabilità e se non si fa un intervento a vasto raggio avremo sempre più una crescita della difficoltà di occupabilità. E, ormai, non è solo più un problema di Centri per l’impiego. Mi lasci dire che quando avremo 600mila poveri in più il Paese non è che crescerà per questo.

Quale azione andrebbe messa in campo?
Serve cominciare a ragionare di cose strategiche, in alcuni settori si può creare occupazione . In ogni caso

si deve puntare sul lavoro di qualità perché premia: lo dimostrano le molte imprese che in questi anni hanno costruito una maggiore collaborazione con i sindacati, hanno investito nella formazione creando i presupposti per l’innovazione. Dovrebbero essere prese d’esempio per l’intero sistema-Paese.

Un altro tema al centro del dibattito è quello della riduzione del cuneo fiscale…
Ogni cittadino italiano spende per il welfare, inteso in senso lato, circa 2.300 euro l’anno, quasi 10mila euro per una famiglia di quattro persone. Se si migliora la diffusione dei servizi pubblici e l’efficacia della loro gestione in alcuni casi in partnership con il Terzo settore, si può pensare a ridurre i costi delle famiglie.

Se non si interviene sui salari avremo il problema che in tanti non avranno accesso alla sanità o alla scuola o l’avranno ma sarà più costoso. Con ricadute sociali notevoli.

Sarebbe sufficiente agire sui salari?
Bisogna puntare sul lavoro dignitoso. Un lavoratore o una lavoratrice motivata, preparata, coinvolta nell’organizzazione del lavoro ha un livello di produttività e innovazione molto maggiore di un lavoratore povero. Il lavoro è certamente un costo, ma non bisogna ridurlo solo a quello.

Il lavoro è una risorsa, soprattutto nel mondo di oggi e se vogliamo puntare su un’economia di qualità.

L’alternativa è puntare su un Paese che si arrangia, ma bisogna essere consapevoli che così ha l’orizzonte corto.

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