Nel digitale, con creatività e profezia

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Oggi, più che mai, nel mondo della comunicazione c’è bisogno di testimoni, di persone che non rincorrano i like, ma volti concreti. È una delle indicazioni (che ha il sapore di un impegno) emerse dal Convegno “Utente e password. Connessioni e profezia”, che si è svolto a Roma dal 24 al 26 novembre per iniziativa dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei.

Presente anche il direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, il Prof. Fernando Palestini.

“Ci è chiesto di attivare le energie migliori perché questo tempo non venga tradito da falsi profeti, ma sia ricomposto attraverso un’attenta lettura del passato (anche a livello sociale e soprattutto culturale) e venga così aperto nell’oggi a un futuro di speranza. Il dono della profezia aiuta a non disperdere un tesoro prezioso, ma a farlo fruttificare. Si tratta d’inserirsi all’interno di una storia che ci precede e che ci seguirà. Non siamo battitori solitari, ma tessitori di comunità. E vogliamo farlo attraverso la nobile arte della comunicazione, che non deve mai smembrare ma sempre ricomporre”, ha sottolineato Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio. 

“Non dobbiamo avere paura di sperimentare, metterci in gioco, provare e analizzare i risultati. In un contesto in rapido mutamento non c’è altra strada: muoversi per tentativi cercando di parlare in modo autentico e trasparente, imparando dai propri errori, con l’obiettivo di dare pieno valore alle parole chiave del digitale: sequela (follower), coinvolgimento (engagement), comunità (community)”, ha aggiunto da parte sua Paolo Odoardi, docente all’Università Uninettuno.

 

“I media – ha spiegato Claudia d’Ippolito, ricercatrice senior di Ipsos – sono a tutti gli effetti un motore della trasformazione digitale, ma anche culturale del Paese. Per favorire e non subire questo cambiamento, però, è necessario che operino in sintonia con il contesto e quindi conoscano le dinamiche delle audience e i bisogni ai quali sono chiamati a rispondere, e in definitiva qual è il loro ruolo concreto nella vita delle persone e del Paese”.

 

“La cultura della partecipazione (descritta in particolare da Henri Jenkins) disegna l’utopia di una Rete che automaticamente genera cooperazione; ma apre al tempo stesso la possibilità di un incontro reale tra il mondo cattolico e le numerose battaglie civili contemporanee: un laicato adeguatamente formato potrebbe dare vita a una rete di “giornalisti dal basso” che dia voce alle categorie più fragili del territorio”, ha evidenziato Ruggero Eugeni, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

“Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione potenziano la nostra capacità di comunicazione. Ma allo stesso tempo rischiano di asservirci alla loro logica. E dato che ciò che va comunicato dalla comunicazione religiosa è il messaggio di salvezza, non è possibile appiattirsi, per motivi di comodità o d’ingenuità, sui valori che esse comportano. Almeno per quanto riguarda l’annuncio cristiano, non è affatto vero che il mezzo è il messaggio”, ha ricordato Adriano Fabris, docente all’Università di Pisa.

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