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Papa Francesco: “La grande tentazione per un pastore è circondarsi dei suoi”

M.Michela Nicolais

“L’amarezza – che non è una colpa – va accolta. Può essere una grande occasione. Forse è anche salutare, perché fa suonare il campanello d’allarme interiore: attento, hai scambiato le sicurezze con l’alleanza, stai diventando ‘stolto e tardo di cuore’”. Lo spiega il Papa, nel discorso preparato per l’odierna liturgia penitenziale con il clero romano, letto nella basilica di San Giovanni in Laterano dal cardinale vicario, Angelo De Donatis. “Un sottile nemico che trova molti modi per camuffarsi e nascondersi e come un parassita lentamente ci ruba la gioia della vocazione a cui un giorno siamo stati chiamati”: così il Papa definisce l’amarezza, soffermandosi sulle tante “amarezze” che possono insinuarsi nella vita di un prete.

“Al giorno d’oggi sembra di respirare un’atmosfera generale – non solo tra di noi – di una mediocrità diffusa, che non ci consente di arrampicarci su giudizi facili”.

E’ l’analisi di Francesco, secondo il quale “molta amarezza nella vita del prete è data dalle omissioni dei Pastori”. Da stigmatizzare,  in particolare,

“una certa deriva autoritaria soft:

non si accettano quelli tra di noi che la pensano diversamente. Per una parola si viene trasferiti nella categoria di coloro che remano contro, per un ‘distinguo’ si viene iscritti tra gli scontenti. La parresia è sepolta dalla frenesia di imporre progetti. Il culto delle iniziative si va sostituendo all’essenziale: una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. L’adesione alle iniziative rischia di diventare il metro della comunione. Ma essa non coincide sempre con l’unanimità delle opinioni. Né si può pretendere che la comunione sia esclusivamente unidirezionale: i preti devono essere in comunione col vescovo… e i vescovi in comunione con i preti: non è un problema di democrazia, ma di paternità”.

“La grande tentazione del pastore è circondarsi dei ‘suoi’, dei ‘vicini’;

e così, purtroppo, la reale competenza viene soppiantata da una certa lealtà presunta, senza più distinguere tra chi compiace e chi consiglia in maniera disinteressata”, il monito del Papa: “Questo fa molto soffrire il gregge, che sovente accetta senza esternare nulla”. “In questo tempo di precarietà e fragilità diffusa, la soluzione sembra l’autoritarismo”, fa notare il Santo Padre: “Nell’ambito politico questo è evidente. Ma la vera cura – come consiglia San Benedetto – sta nell’equità, non nella uniformità”.

“Il presbitero in questi ultimi anni ha subito i colpi degli scandali, finanziari e sessuali. Il sospetto ha drasticamente reso i rapporti più freddi e formali; non si gode più dei doni altrui, anzi, sembra che sia una missione distruggere, minimizzare, far sospettare”.

Non manca, nel testo, un riferimento preciso al tema degli abusi, con il monito a non cadere nella tentazione dettata dal maligno: “Dentro gli impeccabili, fuori chi sbaglia!”. La Chiesa è, e rimane, “il campo in cui crescono fino alla parusia grano e zizzania. Chi non ha fatto sua questa visione evangelica della realtà si espone ad indicibili e inutili amarezze”. In ogni caso, ammette Francesco,

“i peccati pubblici e pubblicizzati del clero hanno reso tutti più guardinghi e meno disposti a stringere legami significativi,

soprattutto in ordine alla condivisione della fede. Si moltiplicano gli appuntamenti comuni – formazione permanente e altri – ma si partecipa con un cuore meno disposto. C’è più ‘comunità’, ma meno comunione! La domanda che ci facciamo quando incontriamo un nuovo confratello, emerge silenziosamente: ‘chi ho veramente davanti? Posso fidarmi?’”.

Per i sacerdoti, “il dramma è l’isolamento,

che è altra cosa rispetto alla solitudine. Un isolamento non solo e non tanto esteriore – siamo sempre in mezzo alla gente – quanto inerente all’anima del prete”. Ne è convinto il Papa, che nella parte finale del discorso spiega che i preti possono sentirsi “isolati rispetto alla grazia”, con conseguenti “razionalismo o sentimentalismi”; “isolati rispetto alla storia”, per cui “tutto pare consumarsi nel qui e ora, senza speranza nei beni promessi e nella ricompensa futura”: “isolati rispetto agli altri”, con la conseguente “incapacità tra di noi di instaurare relazioni significative di fiducia e di condivisione evangelica”.

“Mai isolarsi, mai!”,

l’imperativo finale: “Il sentimento profondo della comunione si ha solamente quando, personalmente, prendo coscienza del ‘noi’ che sono, sono stato e sarò. Altrimenti, gli altri problemi vengono a cascata: dall’isolamento, da una comunità senza comunione, nasce la competizione e non certo la cooperazione; spunta il desiderio di riconoscimenti e non la gioia di una santità condivisa; si entra in relazione o per paragonarsi o per spalleggiarsi”.

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