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Papa nel carcere di Velletri. Mons. Apicella: “Un segno di speranza e uno stimolo a fare di più”

M.Michela Nicolais

“Che sia un segno di speranza per chi è dentro, ed uno stimolo ad impegnarsi di più per quelli che sono fuori”. Mons. Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri-Segni, formula questo auspicio per l’ospite illustre della sua diocesi: Papa Francesco, che quest’anno ha scelto di trascorrere il Giovedì Santo tra i detenuti della casa circondariale di Velletri. Il vescovo, a causa del carattere strettamente privato della visita, priva di qualsiasi carattere pubblico o di ufficialità e lontana dai riflettori, non sarà presente tra il “popolo” dei 600 detenuti, a cui si aggiunge il personale del penitenziario, “ma mentre il Santo Padre celebrerà nel carcere io celebrerò in cattedrale”, ci dice sottolineando non solo la contemporaneità cronologica, ma la speciale sintonia con il successore di Pietro. La celebrazione della Messa “in Coena Domini”, che segna l’inizio del triduo pasquale, in cui il Papa compirà il rito della lavanda dei piedi a 12 detenuti, sarà il centro del pomeriggio di domani. Francesco sarà accolto dalla direttrice, Maria Donata Iannantuono, dalla vicedirettrice, Pia Palmeri, dal comandante della polizia penitenziaria, Maria Luisa Abbossida, e dal cappellano, don Franco Diamante. Poi saluterà le rappresentanze del personale civile, della polizia e dei detenuti e si recherà in cappella per rivestire i paramenti liturgici. Alle 17, nel Salone teatro, la celebrazione della Messa, al termine della quale saluterà la direttrice, prima dello scambio dei doni. Alle 19 il Santo Padre lascerà il carcere di Velletri per far rientro in Vaticano.

Siamo ormai alla vigilia di un Giovedì Santo molto speciale per Velletri. Mons. Apicella, qual è il clima tra i detenuti e in diocesi?
Sono stato lunedì mattina dai detenuti, per confessarli: c’è grande fermento e grande attesa, stanno lavorando. C’è un lavoro materiale e uno spirituale: stanno risistemando gli ambienti, e nello stesso tempo si mettono in fila per il sacramento della penitenza.

La sentono molto, questa visita, e noi cerchiamo di farla sentire anche all’intera diocesi.

C’è un legame, infatti, direi una sorta di osmosi tra i fedeli e i carcerati: non perché ci siano tanti diocesani lì dentro, ma perché li sentono come parte della Chiesa. C’è una consuetudine, nei rapporti tra dentro e fuori. In diocesi ci sono molte iniziative rivolte a chi è in libertà o in semi libertà, come i permessi di lavoro, la messa a disposizione di alloggi per chi è fuori dal carcere. C’è una rete di volontari che lavora sia fuori che dentro il carcere, che è una realtà tra le più estese della regione: finora, infatti, i detenuti ospitati dalla casa circondariale erano trecento, ora sono raddoppiati. Seicento persone: un paese nel paese.

Papa Francesco ha una forte empatia verso chi è detenuto: quando visita un carcere, si chiede sempre “perché loro e non io”. Un invito a superare ogni tipo di stigma o pregiudizio, che invece sono duri a morire…
Certamente quello di Papa Francesco è un invito da raccogliere, a partire dal Vangelo. Gesù Cristo si è identificato col carcerato, come con ogni peccatore, senza fare alcuna distinzione se fosse colpevole o no. In qualunque modi la si guardi, la condizione del detenuto non è mai una situazione comoda.

Lei conosce bene il carcere di Velletri. Come lo descriverebbe?
La situazione delle carceri italiane è problematica, come tutti sanno. Il problema del sovraffollamento, lo stress del personale di vigilanza, i turni, portano a determinate situazioni, anche se davvero qui a Velletri si fanno i salti mortali per contemperare le esigenze di tutti, e normalmente i rapporti sono abbastanza umani.

Si dovrebbe fare di più per fornire ai detenuti interessi che li possano aiutare a maturare un cambiamento di prospettiva e che poi possano favorire il loro reinserimento nella società.

Nella nostra casa circondariale vengono offerte occasioni di studio, con la possibilità di frequentare la scuola secondaria o altri corsi. È stata fatta in passato, e sta riprendendo ora, una sperimentazione nel campo della viticoltura e della coltivazione degli ulivi – due eccellenze di questa zona – come tentativo per impiegare i detenuti. Si dovrebbero incrementare questo tipo di offerte, magari coinvolgendo maggiormente il territorio: stare buttati dentro le proprie celle, aspettando che passi il periodo di detenzione, certo non aiuta chi sta in carcere. Anche qui, come in altre carceri italiane, ci sono stati alcuni suicidi.

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