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Venezuela. P. Trigo (teologo): “Nessun dialogo con la dittatura, Maduro deve andarsene”

Bruno Desidera

Ha alle spalle una vita intensa, ricca di studi teologici e filosofici, ma anche di concreta militanza accanto agli ultimi. Ne ha viste tante, in questi decenni, ma padre Pedro Trigo – teologo e filosofo venezuelano, gesuita, più volte direttore del centro di studi e azione sociale Gumilla di Caracas e considerato uno dei maggiori teologi del continente – sta vivendo in modo particolarmente intenso queste giornate decisive per il “suo” Venezuela.
A partire da quella di domani, sabato 23 febbraio. Un giorno chiave, perché il presidente autoproclamato Juan Guaidó ha chiamato a raccolta tutti i cittadini per “forzare” l’ingresso degli aiuti umanitari. Un passaggio delicatissimo, una sorta di “la va o la spacca”, di fronte al quale padre Trigo, raggiunto telefonicamente dal Sir, è molto preoccupato, pur sostenendo la necessità che quella che chiama “dittatura” si faccia da parte. “Gli aiuti umanitari sono assolutamente imprescindibili per il Paese – afferma -, la sofferenza del popolo è enorme e il Governo cerca di oscurare il sole con un dito. Sarebbe importante che lo Stato concedesse l’ingresso degli aiuti umanitari, ma sono anche consapevole che essi sono solo l’inizio, serve comunque una mobilitazione più ampia e capillare. Per questo la scelta di Guaidó mi lascia delle preoccupazioni, è importante che questa fase sia gestita in modo pacifico, se i nuovi politici provocassero in qualche modo un’ondata di violenza, anche loro si metterebbero dalla parte del torto”.

C’è chi tema che il blocco degli aiuti possa causare in qualche modo un intervento armato…
E sarebbe la cosa peggiore che ci possa capitare, se possibile anche peggiore della situazione in cui ci troviamo.

Come giudica l’attuale comportamento del popolo venezuelano?
Il popolo soffre e ha bisogno di aiuti umanitari. E’ interessante notare che

una parte considerevole della gente che era dipendente dal Governo e stava con Maduro, ora ha cessato di farlo e di vivere in tale stato di dipendenza.

Un regime totalitario ha bisogno della sua clientela, non può solo basarsi sulla forza, e in questi ultimi tempi almeno due milioni di persone hanno cessato di essere chávisti.

La Chiesa continua a stare soprattutto vicina al suo popolo…
Sì, i vescovi, per esempio il cardinale Porras, continuano a stare in contatto con i sacerdoti e ad essere vicini alle gente popolare. La Chiesa, inoltre, è stata chiara sul fatto che non ci sono le condizioni per un dialogo con la dittatura, il Governo deve andarsene e poi va gestita la transizione.

Lei viene dalla Teologia della Liberazione, cosa pensa del fallimento del chávismo e più in generale della sinistra, dopo una lunga stagione di potere, in quasi tutto il continente?
Io distinguerei. Non ho mai considerato di sinistra il chávismo. Si è trattato di un regime che decideva da solo, Chávez fin da subito ha voluto comandare, conquistando il potere attraverso la via militare. Se è per quello, io non considero di sinistra neppure il marxismo, con la sua dittatura del proletariato. Durante la stagione di Chávez, il popolo si organizza come cinghia di trasmissione di chi comanda, ma questo è totalitarismo, sia per il metodo, per come è salito e mantenuto il potere, sia per i suoi contenuti.

E perché, ora, crolla?
Perché

pensare a un socialista che vive sulle rendite finanziarie è come pensare alla quadratura del cerchio.

Nell’idea socialista la centralità è del lavoratore, della persona che si nobilita nel lavoro, che diventa stile di vita. Qui invece abbiamo assistito a un Paese che viveva sulle rendite assicurate dal petrolio. Alla lunga non poteva funzionare. Poi Chávez andava all’Onu, gridava un po’ di slogan e a livello internazionale si era costruito una bella immagine…

Anche dentro la Chiesa e tra qualche teologo della liberazione…
Non in Venezuela, che io sappia. All’esterno sì, grazie alle belle parole… Alcuni vivono di illusioni, dopo aver passato decenni a lottare… Ma il cristiano non può vivere di illusioni, deve guardare in faccia la realtà e da lì agire.

E il fallimento, invece, della sinistra in altri Paesi latinoamericani?
Penso, mi riferisco per esempio al caso del PT di Lula in Brasile, che si sia rotta la distinzione tra pubblico e privato, l’attenzione alla qualità umana e non solo alle politiche. Così

anche la sinistra si è fatta infiltrare dalla corruzione, magari meno della destra, ma comunque si è corrotta.

La sinistra deve cambiare radicalmente e puntare sulla qualità umana, sulla persone, per combattere il totalitarismo mercatista. Si tratta di un problema antropologico.

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