Di Ferruccio Ferrante
In un tempo segnato da tensioni geopolitiche, conflitti protratti e profonde trasformazioni negli equilibri del Medio Oriente, la Giordania continua a rappresentare un punto di riferimento di stabilità, dialogo e convivenza nella regione. Mentre la comunità internazionale guarda con crescente preoccupazione agli sviluppi della crisi israelo-palestinese, alle conseguenze umanitarie dei conflitti vicini e alle sfide legate ai flussi migratori, il Regno hascemita si trova ancora una volta al centro di dinamiche decisive per il futuro dell’area. In questo contesto complesso, il ruolo delle comunità cristiane e delle istituzioni ecclesiali assume un valore particolare, non solo sul piano pastorale ma anche come testimonianza concreta di pace, cooperazione e promozione della dignità umana. La Chiesa cattolica in Giordania, profondamente radicata nel tessuto sociale del Paese, continua infatti a svolgere una missione significativa accanto ai giovani, alle famiglie, ai rifugiati e alle persone più vulnerabili. Per approfondire il momento che la Giordania e l’intero Medio Oriente stanno attraversando, e per comprendere quale contributo possa offrire oggi la presenza cristiana in Terra Santa, incontriamo mons. Iyad Twal, vescovo ausiliare di Gerusalemme dei Latini e Vicario patriarcale di Amman.
Eccellenza, tra Gerusalemme e Amman lei opera in uno dei contesti più sensibili del Medio Oriente: che valore assume oggi il suo ruolo anche sul piano sociale e politico, oltre che pastorale?
Il ministero episcopale, soprattutto in questa regione, non riguarda mai solo la vita interna della Chiesa. È inevitabilmente intrecciato alla storia, alla società e alle ferite del nostro tempo. Essere Vescovo significa accompagnare un popolo, ma anche farsi voce di responsabilità, dialogo e coscienza civile. In Giordania la Chiesa non è una realtà ai margini: è parte integrante del tessuto nazionale, presente da secoli nella costruzione spirituale, educativa e sociale del Paese. Il nostro servizio diventa così anche una forma di testimonianza pubblica, discreta ma concreta, a favore della dignità umana e della convivenza pacifica.
Quanto pesa il conflitto in corso sulla vita quotidiana delle comunità cristiane e quali sono oggi le emergenze più urgenti?
Il peso del conflitto si avverte ogni giorno, anche quando non esplode vicino a noi o non sembra esserci un pericolo immediato; si manifesta nella paura, nell’instabilità economica, nella difficoltà a progettare il futuro. Molte famiglie vivono una stanchezza profonda, aggravata dalla presenza di rifugiati e da risorse sempre più limitate. Le emergenze più urgenti restano il lavoro, soprattutto per i giovani, il sostegno alle famiglie e l’accompagnamento delle persone vulnerabili. La Chiesa cerca di rispondere attraverso la rete delle parrocchie, delle scuole, di Caritas e grazie al servizio silenzioso di religiosi e religiose che scelgono di restare accanto alla gente, anche nelle situazioni più difficili.
In uno scenario segnato da tensioni e sfiducia, la Chiesa può ancora essere un interlocutore credibile per il dialogo tra le parti?
Credo di sì, proprio perché la Chiesa non parla a partire da interessi politici o di potere. Il nostro linguaggio è quello della vita quotidiana: l’educazione, la cura, l’ascolto, la prossimità. Il dialogo non nasce nei comunicati, ma nelle relazioni. Le nostre scuole, le opere caritative e le iniziative interreligiose sono luoghi reali di incontro, dove si impara a riconoscersi come persone prima che come appartenenti a una comunità religiosa o etnica.
Si parla spesso di pace, ma raramente di passi concreti: quali misure realistiche ritiene necessarie oggi?
La pace non è uno slogan, ma un processo lungo e paziente di stile di vita. I passi concreti partono dall’educazione, dalla creazione di lavoro dignitoso, dal sostegno alle famiglie e ai giovani. Senza una prospettiva di futuro, è difficile chiedere alle persone di credere nella pace.
Sono altrettanto fondamentali la giustizia sociale, l’accoglienza dei rifugiati e una cooperazione autentica tra le religioni. Stabilizzare una regione significa prima di tutto rendere la vita quotidiana possibile e umana.
La Giordania viene spesso indicata come modello di equilibrio nel mondo arabo: quanto è solido questo modello e quali rischi intravede?
Il modello giordano è reale e profondamente radicato, ma non va idealizzato. È un equilibrio costruito con pazienza, dialogo e visione, sostenuto dalla leadership hashemita. Tuttavia resta esposto a pressioni economiche e geopolitiche enormi.
Il rischio maggiore è che la fatica quotidiana generi scoraggiamento. Per questo la stabilità della Giordania non riguarda solo i giordani, ma l’intera regione e la comunità internazionale.
L’emigrazione dei cristiani continua a svuotare la Terra Santa: è un fenomeno inevitabile?
Non direi inevitabile, ma certamente comprensibile. Le persone partono quando non vedono possibilità di vita dignitosa per sé e per i propri figli. Invertire la rotta significa investire seriamente nell’educazione, nel lavoro e nella partecipazione sociale. Come Chiesa parliamo sempre più di “qualità della presenza”: non contano i numeri, ma la capacità di restare come lievito nella società, offrendo una testimonianza credibile.
Quale ruolo possono avere i giovani, non solo nella Chiesa ma anche nella costruzione della società?
I giovani sono una risorsa decisiva, non un problema da gestire. Quando vengono ascoltati e accompagnati, mostrano una grande capacità di responsabilità e creatività. Penso agli studenti dell’Università Americana di Madaba, ai centri giovanili, alle iniziative digitali e al volontariato: esperienze che formano una generazione capace di coniugare fede, competenza e impegno civico.
Oggi essere cristiani in Terra Santa è anche una questione identitaria e politica: come si declina questa presenza?
Essere cristiani significa vivere una cittadinanza piena, non una condizione di minoranza chiusa in se stessa. La nostra identità nasce dall’incontro tra il Vangelo e l’amore per questa terra. Non siamo definiti dal numero, ma dalla qualità della testimonianza: camminare con tutti, servire il bene comune, essere artigiani di dialogo e di pace nella concretezza della vita quotidiana.
Quanto è importante continuare a sostenere le comunità locali? Che messaggio desidera far giungere a chi, in Italia, resta vicino alla Chiesa in Giordania?
È fondamentale continuare a sostenerle. Non si tratta di assistenzialismo, ma di permettere alle persone di restare, di servire e di sperare.
Alla Chiesa e alla società italiana vorrei dire: non stancatevi di camminare con noi. Ogni gesto di solidarietà, ogni attenzione, è un seme di pace in una regione che ne ha un bisogno immenso.
Per consultare tutti i progetti Cei in Giordania: https: //sicsp.chiesacattolica.it