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Azione cattolica. Verso un nuovo impegno dei laici nella vita pubblica.

Giovanna Pasqualin Traversa

Con un importante convegno storico che ha ripercorso i 150 anni di vita dell’Azione cattolica italiana si è concluso nei giorni scorsi il biennio (2017 – 2018) di celebrazioni per il 150° anniversario dell’associazione. Inaugurato il 30 aprile 2017 in piazza San Pietro alla presenza di Papa Francesco, il lungo percorso di studi ed eventi pubblici non poteva che chiudersi nel luogo della memoria della più alta istituzione civile italiana: l’Archivio storico del Quirinale che ha ospitato la due giorni (6 – 7 dicembre) intitolata “L’Azione cattolica italiana nella storia del Paese della Chiesa (1868 – 2018)“. Tre le sessioni dei lavori, la seconda delle quali (giovedì pomeriggio) si è aperta alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella. Nel suo saluto per l’occasione, il presidente di Ac Matteo Truffelli ha tra l’altro ribadito l’impegno di tutta l’associazione a portare il suo “fattivo contributo alla vita del Paese, a quella dell’Europa e del mondo, a partire da quel Mediterraneo su cui tante delle case e delle città che abitiamo si affacciano. In un clima culturale e politico lacerato da una molteplicità di aspre contrapposizioni – ha assicurato al capo dello Stato –  vogliamo continuare a essere promotori di legami solidali tra le generazioni, tra i gruppi sociali, tra le culture, tra i territori, tra i popoli. Vogliamo continuare a formare cittadini consapevoli e responsabili, appassionati e generosi”.

Le tre sessioni hanno indagato il rapporto dell’Ac, rispettivamente, con la politica e lo Stato; con la Chiesa; con la società. “Si sono confermate intuizioni e ricostruzioni che già in passato si erano approfondite sul legame inscindibile dell’Azione cattolica non solo con la Chiesa ma anche con il Paese”, ci ha detto Paolo Trionfini, direttore dell’Isacem (Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia) che ha promosso il convegno, da noi incontrato a conclusione dell’evento.

“L’Ac non è mai stata e non è una realtà chiusa in se stessa; è da sempre intimamente legata alla vita della nazione”.

Chiesa, politica, società: “non c’è ambito con il quale non si sia rapportata nei suoi 150 anni di esistenza, non c’è espressione della vita del singolo uomo che non sia stata oggetto di sua attenzione”. Gli abbiamo chiesto di declinare queste tre direttrici guardando al futuro.

“Prima del Concilio Vaticano II – esordisce – l’Ac deteneva una sorta di monopolio del laicato associato; dopo il Concilio non si può invece più parlare di un’unica espressione, bensì di un pluralismo di realtà aggregative, ripensate o fondate dopo l’assise. Nella lunga fase del post Concilio si sono registrate anche tensioni tra Ac e movimenti perché incarnavano modelli diversi. Negli ultimi anni è stato invece avviato un processo di convergenze, e perfino di collaborazione, che ha permesso di superare contrapposizioni e difficoltà del recente passato. Uno spazio di rapporti intraecclesiali da coltivare per stringere ancora di più queste relazioni”.

Quale, dunque, la direzione di marcia? “Attivare collaborazioni a beneficio di tutti” perché

“la Chiesa è una realtà univoca. Si esprime con diverse voci ma, pur mantenendo ognuna la propria specificità, la sinfonia è unica”.

Più “problematico”, secondo Trionfini, il rapporto con la politica nel quale “sono entrati nel corso della storia anche altri soggetti, tra cui un partito di ispirazione cristiana con il quale, in forme diverse nel tempo, si è avuta una interlocuzione importante. Ora questo riferimento tendenzialmente unitario del mondo cattolico non esiste più. Dal 1994 si è avviata una fase di ripensamento che prosegue con diversi tentativi: da quello di far risorgere una sorta di ‘contenitore’ che possa racchiudere quello che ha rappresentato la Democrazia cristiana nel passato, a quello di dare vita a nuovi soggetti”.

Una visione realistica? “Non si possono riportare indietro le lancette dell’orologio; la storia fa giustizia di tutto nel bene e nel male”, la replica dello studioso secondo il quale “non si tratta di condannare o assolvere, ma per ogni stagione storica c’è un riferimento che varia. Chi è stato più lucido in passato ha saputo trovare la risposta più adeguata alla sfida in corso. Oggi, di fronte a sfide certamente più complesse, si avverte l’assenza di quelle forme di creatività che un tempo hanno permesso di rispondere in modo adeguato alle sfide che via via emergevano. Bisognerebbe fare uno sforzo ancora maggiore di fantasia per individuare la formula più appropriata.

La presenza del mondo cattolico non è finita ma si è frantumata; impossibile trovare una ricomposizione univoca: occorre però cercare strumenti in grado di rispondere alle complesse sfide di oggi.

Per questo è indispensabile investire in formazione politica, una sfida e una scommessa sempre vincenti. Occorre intensificare gli aspetti formativi, non tanto per acquisire specializzazioni, ma per una formazione integrale che sappia abbracciare tutto perché di sua natura

la politica è uno spazio di sintesi di interessi conflittuali e di rappresentazioni pubbliche non sempre collimanti.

Oggi l’individualismo spinto e la settorializzazione dei segmenti della società civile impongono una sintesi ancora più difficile ma ancora più preziosa. Occorre continuare ad investire sulla formazione politica a tutto tondo, una scommessa che potrebbe portare frutti anche più abbondanti di quelli attesi”.

Guardando quindi alla società, Trionfini richiama recenti e inquietanti episodi di cronaca nera che, dice, “rompono gli equilibri che la società aveva trovato, diventano spia e sintomo di una frattura che, come una frana, avanza lentamente ma inesorabilmente occupando spazi sempre più ampi”. Siamo passati, spiega, dai modelli “racchiusi nelle grandi ideologie e narrazioni del passato che univano le persone, alla

mancanza di una visione complessiva che aggreghi e renda l’aggregato sociale uno spazio al cui interno si possano ricostruire relazioni”.

Con riferimento ai ripetuti inviti del card. Bassetti a ricucire il tessuto sociale del Paese, Trionfini evoca la metafora del ponte spesso richiamata da Papa Francesco e “già molto cara a don Primo Mazzolari che la contrapponeva all’immagine del muro”. Oggi, il suo monito conclusivo, “laddove tutto tende a erigere barriere che dividono, bisogna adoperarsi con più forza che in passato per costruire ponti che uniscano due punti che da soli non si incontrerebbero mai. Non è del resto nulla di nuovo, questa è la vocazione naturale della Chiesa ma occorre ribadirlo e impegnarsi con più continuità e insistenza.

La Chiesa non nasce per se stessa ma per il mondo.

Una ‘ricetta’ sempre valida ma che bisogna continuamente aggiornare”.

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