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Santa Marta: “Ipocrita il digiuno di chi non paga il giusto ai dipendenti”

Zenit, Federico Cenci

È tempo di Quaresima, durante la quale siamo invitati a fare penitenza e digiuno. Fondamentale è però lo spirito con cui il cristiano si dedica alle mortificazioni. Lo ha sottolineato ieri Papa Francesco, nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta.

Egli ha ricordato che nel Salmo odierno, si legge che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”. Ma ha anche rilevato che nella Prima Lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia, Dio rimprovera la falsa religiosità degli ipocriti che digiunano mentre curano i propri affari, opprimono gli operai e litigano “colpendo con pugni iniqui”.

Si tratta – ha affermato il Pontefice senza giri di parole – “di un digiuno ipocrita”, compiuto “per farsi vedere o per sentirsi giusto” mentre si perpetrano “ingiustizie” e si “sfrutta la gente”.

Francesco ha quindi fatto un esempio concreto: “Ma io sono generoso, farò una bella offerta alla Chiesa” – “Ma dimmi, tu paghi il giusto alle tue domestiche? Ai tuoi dipendenti li paghi in nero? O come vuole la legge perché possano dare da mangiare ai loro figli?”.

Eloquente un aneddoto raccontato da Bergoglio, che capitò al padre Pedro Arrupe, già Preposito Generale, dopo la seconda guerra mondiale, quando era missionario in Giappone. Un ricco uomo d’affari volle incontrarlo alla presenza di un fotografo e di un giornalista per consegnargli una donazione. All’interno della busta c’erano solo 10 dollari.

“Questo è lo stesso che noi facciamo quando non paghiamo il giusto alla nostra gente – commenta il Papa -. Noi prendiamo dalle nostre penitenze, dai nostri gesti di preghiera, di digiuno, di elemosina, prendiamo una tangente: la tangente della vanità, del farci vedere. E quella non è autenticità, quella è ipocrisia”.

È per questo che Gesù dice: “Quando pregate fatelo di nascosto, quando date l’elemosina non fate suonare la tromba, quando digiunate non fate i malinconici”. Secondo il Santo Padre è come se dicesse: “Per favore, quando fate un’opera buona non prendete la tangente di quest’opera buona, è soltanto per il Padre”.

Al termine dell’omelia, Francesco torna dunque a riflettere sulle parole del profeta Isaia contenute nella Prima Lettura. Si parla di un Dio che vuole questo tipo di digiuno: “Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo”. Il Papa allora si domanda: “Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti?”.

Di qui il suo appello finale: “Pensiamo a queste parole, pensiamo al nostro cuore, come noi digiuniamo, preghiamo, diamo elemosine. E anche ci aiuterà pensare cosa sente un uomo dopo una cena, che ha pagato 200 euro, per esempio, e torna a casa e vede uno affamato e non lo guarda e continua a camminare. Ci farà bene pensare quello”.

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