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Enzo Bianchi: La paternità spirituale per crescere nella fede

Enzo Bianchi

Al cuore dell’opera di trasmissione della fede e della crescita spirituale, compito assolutamente prioritario della Chiesa oggi forse più che mai, si colloca il ministero della paternità o accompagnamento spirituale. Ministero che troppo raramente si manifesta nel vissuto ecclesiale, tanto che spesso è difficile trovare un uomo, una donna “spirituale”, nel senso più profondo del termine, cioè non semplicemente contrapposto a “biologico”, “naturale”, bensì “secondo lo Spirito”, dotato di “carismi”, di doni vissuti nella fede e tali da generare vita spirituale. Ora, grande è la sete di questo tipo di aiuto tra i semplici credenti, e corrisponde al desiderio di una vita di fede seria e centrata sull’essenziale.

Occorre imparare a essere cristiani, meglio, occorre essere generati alla vita in Cristo; il cristianesimo non è infatti semplicemente una dottrina, ma una vita con Dio, in Cristo, per mezzo dello Spirito santo: ad essa occorre pertanto essere iniziati, introdotti.

La paternità spirituale è necessaria perché aiuta a rendere oggettivo il cammino spirituale di una persona portandolo all’adesione alla realtà, soprattutto al riconoscimento e all’accettazione dei propri limiti, delle proprie negatività, e dunque al superamento delle inibizioni profonde, delle censure radicate, dei doveri e degli interdetti introiettati che impediscono un cammino umano nella libertà e nell’amore. In particolare, la paternità spirituale può condurre all’esperienza della misericordia di Dio, cioè a conoscere il suo volto di Padre. Ma questo può avvenire se anche il “padre spirituale” mostra un autentico volto paterno.

A cosa deve tendere allora l’accompagnamento spirituale? Si tratta di aiutare chi è impegnato nel cammino di crescita ad ascoltare la parola di Dio che non è né lontana né esterna a lui, ma “nel suo cuore” (Dt 30,14), a discernere lo Spirito Santo che lo abita, a far emergere la vita di Dio che già è in lui.

Il padre o la madre spirituale non devono né insegnare, né vietare, né condannare, né giudicare, né pianificare, ma solo porre domande, aiutare l’esodo interiore, il passaggio dalla paura alla libertà, dalla costrizione alla filialità fiduciosa e dunque alla maturità dell’amore.

Perché questo servizio possa avvenire il padre e la madre spirituale devono avere alcuni carismi, alcuni doni che ha ricevuto per grazia ma che ha anche saputo riconoscere, custodire e coltivare fino a renderli fecondi: la capacità di ascolto, la carità e la misericordia, la preghiera e l’intercessione, la lotta spirituale, la conoscenza dei propri peccati e dei propri limiti, la grande fede nell’amore misericordioso di Dio. Tutto questo rende il padre o la madre spirituale veramente tale, portandolo a essere soggetto di “manifestazione”, che consente cioè al discepolo di emergere, di venire alla luce e alla pienezza di vita. Quest’ultimo infatti non gli chiede né di essere giudicato né di essere confermato, ma gli chiede soltanto di essere aiutato a crescere nella sequela del Signore.

Papa Francesco nell’allocuzione alla plenaria della Congregazione dei religiosi il 28 gennaio ha invitato a dare molta importanza all’accompagnamento, esercizio di un carisma laicale – ha ricordato – che può essere esercitato da uomini e donne dotati di esperienza umana, grande docilità allo Spirito e acuto discernimento. Senza questo ministero la crescita cristiana è più fragile, ha meno protezione, rischia derive narcisistiche e autoreferenziali.

Redazione: