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Cardinale Bassetti: in poveri e lontani si rivela la “dimensione sociale” della misericordia

La lettera apostolica “Misericordia et misera” si fonda “sulla necessità urgente di costruire una cultura della misericordia” che “non può essere banalizzata da una superficiale lettura del perdono inteso come sanatoria”, ma deve basarsi, come ha scritto il Papa, su cinque capisaldi: la “riscoperta dell’incontro con gli altri”, la “preghiera assidua”, la “docile apertura all’azione dello Spirito”, la “familiarità con la vita dei santi” e “la vicinanza concreta ai poveri”. Utilizza queste parole l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, su “L’Osservatore Romano” in edicola.
Alla base della riflessione dell’arcivescovo viene evidenziato, prima di tutto, un forte legame tra il magistero di Francesco e quello dei suoi predecessori. Con Paolo VI quando si prefigge di costruire una nuova “civiltà dell’amore” che non è il frutto di un diffuso “buonismo” ma è la consapevolezza che l’uomo moderno vive “un’esistenza mercificata, individualista e nichilista”. Con Giovanni Paolo II quando ricorda, nell’enciclica “Dives in Misericordia”, che il perdono “non è mai indulgenza verso il male” e l’amore rivelato dal Cristo trova “la più concreta espressione nei riguardi di coloro che soffrono”, dei “poveri”, degli “oppressi” e dei “peccatori”. La “dimensione sociale” della misericordia si rivela, secondo Bassetti, soprattutto in due aspetti: l’evangelizzazione verso quanti sono “lontanissimi da ogni riferimento spirituale e sofferenti per un peccato di cui non riescono più a percepire il senso” e la cura per i poveri, “scandalo” per la “stanca e invecchiata società opulenta”.

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