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Cardinale Bagnasco, 50 anni di sacerdozio: “Vescovi vigilino su sé stessi e sulla gente”

Zenit di Salvatore Cenruzio

“È per me una grazia che mai avrei pensato di avere: poter celebrare con voi questo anniversario”. Così il cardinale Angelo Bagnasco ha esordito nella sua omelia della Messa celebrata stamane, nella Basilica di San Pietro, per il suo 50° anniversario di sacerdozio. A fianco al loro presidente c’erano i 230 vescovi italiani presenti in Vaticano per la 69° Assemblea Generale.

“Attorno all’unico altare ci stringiamo a Cristo, anzi, ci lasciamo stringere da Lui per crescere nella fede, nella speranza e nella carità”, ha detto l’arcivescovo di Genova. “Nel mio – ha aggiunto – vorrei raccogliere pure i vostri diversi anniversari, anche se fossero già passati o fossero ancora da venire. Tutti condividiamo da tempo la grazia della vocazione; del mistero di poter parlare, noi poveri uomini, con l’Io di Cristo”.

“È bello insieme ritornare all’inizio sacramentale della nostra Ordinazione, e lasciare libera per un momento l’onda calda dei ricordi: a distanza di anni, comprendiamo meglio la bellezza di quanto le mani invisibili dello Spirito hanno fatto in noi e di noi”, ha detto il cardinale ricordando “le emozioni, i propositi, il volto dei genitori, del Vescovo ordinante e dei Formatori, degli amici che ci guardavano con affetto, forse ammirazione e speranza… la speranza di incontrare sempre un sacerdote con le parole e i gesti di Dio!”

La domanda sorge spontanea: “Abbiamo risposto a tanta grazia?”, ha domandato Bagnasco. “I bilanci li fa il Signore – ha sottolineato – a noi l’affidarci alla misericordia con il dovere della lode, della confusione inesausta di fronte al dono, all’eccedenza del compito. A noi il desiderio crescente di mai sminuire la grazia ricevuta, né con i nostri limiti né con i nostri peccati, né con la tiepidezza o l’abitudine degli anni. La semplicità del nostro operare – all’altare, in casa, sulla strada – sia sempre frutto della nostra preghiera, dell’adorare la grandezza di Dio nella nostra debolezza, grati che Dio ci ami nella povertà”.

Tuttavia, ha ammonito il porporato, “il fluire degli anni potrebbe farci assopire”. Come affermava San Pier Canisio: “Pietro dorme, Giuda è sveglio”. “Tutti noi sappiamo che il primo modo per vegliare sul popolo che ci è affidato è quello di vigilare su noi stessi, sul nostro stare con Cristo, certi che il nostro stare con Lui è la condizione per poter stare con loro: in fondo al gregge per incoraggiare e sostenere i più deboli, in mezzo per ascoltare e capire le loro vite, davanti per dare l’esempio e la guida”.

“Sappiamo ormai per esperienza – ha evidenziato il presidente della Cei – che è impossibile vivere di programmi e attività, e che il lavoro generoso è per noi, il frutto è nelle mani di Dio”. “Abbiamo tutti bisogno di un cuore caldo, e sappiamo che il calore interiore – capace di riempire la vita e di rivestire ogni azione di eternità – non è dato dal successo, dal consenso, dal seguito che si può conseguire, ma dallo stare umile nella volontà di Dio: nella pace! Solo questo è il nostro fuoco, la fornace ardente, il segreto della nostra vita di sacerdoti e di celibi: il segreto è vivere esposti alla luce dell’amore di Gesù nella preghiera, nella liturgia, nella fraternità con i nostri preti, nella diuturna vicinanza alla nostra gente”:

“Lontano da questo ‘cuore a cuore’ anche il peggio diventa possibile”, ha affermato Bagnasco. E a tutti i vescovi italiani ha rammentato che “il Signore ci ha scelti per stare con lui, e con Lui andare e portare frutto”. Ogni frutto richiede, pertanto, “tempo e cura, ha bisogno di pioggia e di sole. Così per la nostra vita c’è bisogno di serenità e di difficoltà, di purificazione e di prova, come anche di tempi di cammino gioioso con il Vangelo”.

Per questo, ha soggiunto, “se guardiamo ai nostri anni trascorsi, insieme ringraziamo Dio per ogni cielo che ci ha sovrastato, per le ore buie e per quelle felici, per la libertà dell’obbedienza, sapendo che è meglio obbedire a chi si deve, per riuscire a non obbedire a chi non si deve”.

Ciò che conta è “l’amore per Dio e per il prossimo”. “Questo duplice e inscindibile amore – ha rimarcato il cardinale – non è solo dolce e desiderabile, ma porta con sé anche il carico della pazienza, dell’umiltà, della fiducia, sapendo che sotto la superficie e le apparenze, sotto i difetti degli uomini e le colorazioni della vita, sotto c’è sempre del buono”.

L’amore di Dio rende infatti vescovi e sacerdoti capaci di “amare i fratelli senza trattenerli a noi stessi; a diventare un frammento di pane per la fame degli uomini; ad essere mano misericordiosa di Cristo che accoglie, ascolta, accompagna i poveri e i deboli nel corpo e nello spirito”. Per questo, “non finiremo mai di ringraziare il Signore!”.

Il presidente dei vescovi italiani ha quindi concluso esortando i presuli a pregare gli uni per gli altri, per i presbiteri e per le Comunità “affidate alla nostra cura di Padri e Pastori”. Una preghiera speciale anche per il Santo Padre “che, vicini alla tomba dell’Apostolo Pietro, prega con noi e per noi”. “Noi preghiamo per lui, per la sua missione di Pastore universale – ha detto Bagnasco – mentre gli rinnoviamo la nostra affettuosa vicinanza e la nostra piena e operosa collaborazione”.

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