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Coldiretti: preoccupano i dati Eurostat 2014

Di Luigi Crimella

Hanno suscitato un notevole interesse nel mondo agricolo, e non solo, i dati diffusi nei giorni scorsi da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea (http://ec.europa.eu/eurostat), circa le produzioni cerealicole e gli allevamenti di bovini, suini e ovini nei Paesi europei. In Italia si è creato un certo allarme per il fatto che le nostre produzioni cerealicole si sono dimostrate stagnanti (dati al 2014), mentre in altri Paesi ci sono stati incrementi addirittura a due cifre: nel periodo 2000-2012, ad esempio, la Lituania ha fatto +72,4%, Estonia +70,3, Lettonia +68,3%. Al contrario, Cipro, Olanda, Italia, Spagna e Grecia hanno visto cali anche considerevoli. Flessioni si sono avute anche considerando anno su anno dal 2012 al 2014. E quanto agli allevamenti, l’Italia non è riuscita a rimontare posizioni restando dietro a Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda e Spagna, col 7% di quota complessiva di capi allevati. Per capire cosa sta succedendo e se dobbiamo preoccuparci di tali indicatori, abbiamo intervistatoRoberto Moncalvo, presidente nazionale Coldiretti.

Dai dati Eurostat su cereali e allevamenti sembra che l’Italia sia in stand-by se non in arretramento. Dobbiamo temere una recessione agricola?
È giusto premettere che i dati si riferiscono ad un anno, il 2014, particolarmente negativo per l’Italia con andamenti produttivi sfavorevoli in molti settori importanti, dal calo del 15% nel vino al crollo del 35% per l’olio di oliva che ha raggiunto il minimo storico a causa delle condizioni climatiche avverse. Ma riduzioni ci sono state anche nei raccolti di grano duro per la produzione di pasta o per gli agrumi. Viceversa, nel 2015 il reddito reale per lavoratore degli agricoltori europei è diminuito del 4,3% mentre in Italia si è registrato un aumento medio dell’8,7%, anche se da noi permangono aree di grave crisi, dal latte alla carne fino ai cereali, dove i ricavi non coprono neanche i costi di produzione. Un aspetto invece decisamente positivo è quello del modello produttivo dell’agricoltura italiana, che si conferma campione nel valore aggiunto per ettaro, che risulta più del doppio della media Ue-27, il triplo del Regno Unito, il doppio di Spagna e Germania, e il 70% in più dei cugini francesi.

Eppure Germania, Francia ed altri Paesi aumentano le produzioni cerealicole, mentre il nostro Paese no. A cosa si deve?

È fatto con grano straniero un pacco di pasta su tre e circa la metà del pane in vendita in Italia, ma i consumatori non lo possono sapere perché non è obbligatorio indicare la provenienza in etichetta.

I prezzi del grano duro in Italia nel 2016 sono crollati del 31% rispetto allo scorso anno, su valori al di sotto dei costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio-Italia. In pericolo ci sono oltre 300mila aziende agricole che lo coltivano ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione. Allo stesso modo, l’Italia nel 2015 ha importato 4,8 milioni di tonnellate di frumento tenero, la metà del fabbisogno per pane e biscotti, e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro, cioè il 40% del fabbisogno per la pasta. Questo si deve, oltre a fattori speculativi, anche alla mancanza di norme sull’obbligo di etichette con la reale origine del grano impiegato.

Anche nell’allevamento l’Italia appare stazionaria se non in arretramento. Cosa funge da freno nel settore?
Negli allevamenti italiani sono scomparsi 2 milioni di animali tra bovini, maiali e pecore con il pericolo di spopolamento delle aree interne e montane, ma a rischio c’è anche il primato dell’enogastronomia Made in Italy con la dipendenza dall’estero che per carne, salumi, latte formaggi è vicina al 40%.

Sotto accusa la normativa comunitaria che consente di spacciare come Made in Italy prodotti importati dall’estero.

La mancanza di trasparenza in etichetta sulla reale origine colpisce formaggi e salumi, ma anche il latte a lunga conservazione o la carne di coniglio. Il risultato è che gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri come pure la metà delle mozzarelle.

La battaglia di Coldiretti per la trasparenza in Europa continua anche sul versante del prezzo del latte, per garantire la giusta remunerazione degli allevatori italiani ai quali il latte viene pagato ben al disotto dei costi di produzione.

Infatti, per ogni euro speso dai consumatori italiani appena 17 centesimi arrivano agli agricoltori. Una situazione insostenibile che mette a rischio il futuro dell’agricoltura italiana.

Ci può dare una valutazione generale sul nostro rapporto con l’Unione europea e sulla nostra capacità di utilizzare adeguatamente i sostegni delle politiche agricole europee?
Non c’è dubbio che le scelte dell’Unione europea abbiano spinto all’appiattimento verso il basso della qualità alimentare, a danno di Paesi come l’Italia che possono contare su primati qualitativi e di sicurezza alimentare. Dal vino senza uva alla carne annacquata fino ai formaggi con la polvere, senza contare che tuttora circa la metà della spesa dei cittadini europei è anonima perché non è obbligatorio indicare la reale provenienza dei prodotti agricoli. Ora la situazione sta cambiando grazie ad un pressing più incisivo dell’Italia ma anche per l’avvicinamento di altri Paesi alle posizioni italiane, come ad esempio la Francia. E poi contiamo sul piano di quasi 21 miliardi di euro fino al 2020 per il rilancio dell’agricoltura, pensando anche ai giovani che tentano l’avventura imprenditoriale.

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