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La forza della preghiera nelle parole degli scienziati

Sulla scia di una certa cultura ottocentesca, impastata di positivismo, a scuola abbiamo spesso imparato che fra religione e scienza ci sia una radicale opposizione riassunta nel motto “o si pensa o si crede”. Ma questa, appunto, è il punto di vista di una istanza culturale che vede solo nella materia il compimento dell’essere. Per i credenti la scienza è un modo per conoscere e avvicinarsi al Creatore di tutte le cose.

Generalmente si crede che gli scienziati siano atei poiché lo spirito religioso si opporrebbe alla ricerca. Ma le cose non stanno proprio così. Lo sa bene Francesco Agnoli che ha scritto diversi libri e opuscoli sul rapporto fra fede e scienza. Fra questi vorremmo segnalare La forza della preghiera nelle parole degli scienziati, edito da Fede & Cultura.

L’autore, oltre a riportare le preghiere di alcuni illustri scienziati come Newton, Galvani e Maxwell, ripropone un testo sulla preghiera di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912 che una decina di anni prima del conferimento del prestigioso riconoscimento si era convertito al cattolicesimo durante un viaggio a Lourdes.

Fra i testi che Agnoli prende in considerazione, ci vorremmo fermare su queste parole di Giovanni Keplero, scopritore delle leggi che trattano del moto dei pianeti e che portano il suo nome. Così scrive lo scienziato al termine della sua opera Harmonices mundi, pubblicata nel 1618:

“A te che con la luce della natura alimenti in noi il desiderio della tua grazia onde possiamo godere della tua gloria, a te rendo grazie, mio Signore e mio Dio, perché tu mi hai fatto provare gioie e godimento in tutto ciò che tu hai creato, in tutto tutto ciò che è frutto delle tue mani preziose. Vedi, o Signore, io ho completato questo lavoro per il quale ero stato chiamato. Per farlo ho utilizzato quella forza della mente che tu mi hai donato. Ho mostrato agli uomini la magnificenza della tua opera o almeno quella parte della tua infinita grandezza che la mia mente è riuscita a capire”.

Queste parole, in trasparenza, ci mostrano quale back-ground filosofico e culturale abbia permesso la nascita della scienza in ambito europeo e cristiano. L’universo viene concepito come un orologio meccanico (Creato), opera di un orologiaio (Dio). Non si tratta, come nell’antichità, di una natura divinizzata e abitata da spiriti ai quali sono attribuiti i fenomeni naturali.

Fare scienza allora significa, come per Galilei, cercare nel Creato le impronte del Creatore: la conoscenza delle leggi che Dio ha impresso nella natura, non può fare altro che farci conoscere meglio la volontà del Creatore.

Nelle parole dello scienziato, tutto sembra afferire alla logica del dono: l’intero universo, come le facoltà umane per comprenderlo, provengono dal Creatore. Il lavoro dello scienziato è considerato da Keplero come una vera e propria vocazione: è Dio che chiama l’uomo di scienza a scoprire le leggi che regolano l’universo e ciò può avvenire solo attraverso un atto di contemplazione e di stupore per le meraviglia delle cose create. Per un tale compito, Keplero ritiene che sia necessaria una buona dose di umiltà che nasce dalla sproporzione fra la grandezza dell’universo che si vuole conoscere e la piccolezza dell’uomo che la vuole comprendere.

Nicola Rosetti: