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Scacco matto in sei mosse all’opinione pubblica

Di Maurizio Calipari

È proprio vero, non si finisce mai di imparare. È altamente probabile che la maggior parte dei “non addetti ai lavori” – nel campo delle strategie della comunicazione – non abbia mai sentito parlare della “finestra di Overton”.
Ovviamente non si tratta di un particolare tipo di “infisso”, né di un romanzo, né di un’opera d’arte. La “finestra di Overton” (The Overton Window) è in realtà uno schema di comunicazione-persuasione di massa, ideato da Joseph P. Overton (1960-2003), già vice-presidente del Centro studi statunitense “Mackinac Center for Public Policy”.
Incuriositi e stimolati dalla citazione che ne ha fatto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, durante la prolusione al Consiglio permanente, pronunciata lo scorso 30 settembre, proviamo ad approfondire i contenuti di questa tecnica.
Il cardinale ne ha parlato nel passaggio dedicato alla famiglia (n. 5), a proposito delle forti pressioni culturali che da decenni stanno tentando di “snaturare” alcune parole-chiave “della vita e della storia umana – come persona e libertà, amore e famiglia, vita e morte, sessualità e generazione”, finora comunemente accettate nella loro sostanza dall’opinione pubblica. “In diversi Paesi europei – ha aggiunto Bagnasco – perfino certe aberrazioni come la pedofilia, l’incesto, l’infanticidio, il suicidio assistito sono motivo di discussioni e di interrogativi non astratti. È risaputo che tutto ciò non è casuale: attraverso alcune tecniche di persuasione delle masse, si riesce a far accettare l’introduzione e la successiva legalizzazione di qualsiasi idea o fatto sociale, fosse anche la pratica che, al momento, l’opinione pubblica ritiene maggiormente inaccettabile”. E di queste tecniche di persuasione delle masse, il cardinale ha citato proprio la “finestra di Overton”.
Di che si tratta, più in dettaglio? Nella descrizione del suo ideatore, la “Overton window” rappresenta il “range” di idee che l’opinione pubblica accetta o può accettare. Ma questo spazio concettuale – potremmo dire “l’apertura della finestra” – può essere manipolato e modificato, al fine di diffondere alcune idee non ancora accettate dalla società. Si tratta dunque di “spostare” o “ampliare” lo spazio di accettabilità da parte dell’opinione pubblica, per far ricadere al suo interno l’idea da promuovere. Questo processo si attua mediante sei fasi progressive, che definiscono il percorso comunemente compiuto dalle idee ai fini della loro accettazione sociale. Si parte quindi dal capire in quale “finestra” si trovi attualmente un’idea (ad esempio, la legalizzazione dell’eutanasia), per poi farla progressivamente slittare verso quella successiva. Queste le sei “finestre” codificate per l’accettazione di massa di un’idea: “impensabile” (= inaccettabile, vietata); “radicale” (= vietata ma con eccezioni); “accettabile”; “sensata” (= razionalmente difendibile); “diffusa” (= socialmente accettabile); “legalizzata” (= introdotta a pieno titolo).
È ovvio che questa tecnica comunicativo-persuasiva – come tutte le procedure strumentali – per essere efficace, deve essere attuata da chi ne ha la competenza e i mezzi, mediante l’impiego massiccio di potenti “armi comunicative”: esempi, testimonial, propaganda mirata, capacità di persuasione, narrazioni di episodi specifici, ecc… È altrettanto ovvio che dietro iniziative del genere c’è sempre un “committente” (uno o più soggetti) che ha l’interesse e il potere sociale di attuarle.
Fin qui la semplice descrizione tecnica di questo sofisticato “strumento” comunicativo, capace – se ben condotto – di persuadere le masse ad accogliere determinate idee sociali. Ma cosa dire sotto il profilo etico-valoriale? Di primo acchito, forse, si potrebbe osservare che, come ogni “strumento”, questa tecnica deriva la qualità etica dai suoi contenuti, cioè dalle idee che si vogliono diffondere e far accettare. Sarebbe quindi la loro eventuale “bontà morale” e “verità” a rendere “buona” la tecnica che le diffonde.
Ma nel caso specifico, ci sembra di cogliere un aspetto ulteriore, particolarmente inquietante. La “finestra di Overton” (l’insieme del processo), a ben guardare, non appare per nulla uno strumento “neutro” sotto il profilo etico. Per sua intrinseca logica, infatti, esso mira a manipolare le opinioni e i convincimenti della gente, in maniera “occulta” e, in qualche modo, “coercitiva”, non prevedendo alcun contraddittorio o confronto con il pubblico, circa i contenuti che veicola e le finalità ultime di chi lo promuove.
Non è certo per questa strada che si costruisce autenticamente la democrazia, né si difende la libertà di pensiero delle persone. Al contrario, il vero progresso della società non può che passare per la promozione del dialogo e del confronto aperto tra le diverse visioni e sensibilità che compongono la comunità. Ma questo, evidentemente, richiede da parte di ciascuno di noi una continua e consapevole vigilanza sociale, nell’esercizio costante di un pensiero critico che sappia discernere i valori e i contenuti sui quali costruire insieme il bene comune. Con buona pace di Joseph Overton e della sua “finestra”, i cui battenti preferiremmo vedere definitivamente chiusi.

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