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Sicilia: suore sulla strada per ascoltare e accogliere i migranti

di Patrizia Caiffa

Essere ponte tra i migranti che sbarcano in Sicilia e le popolazioni del territorio, per costruire una reale integrazione. È questo l’intento delle due nuove comunità costituite da una decina di religiose indiane, eritree, keniane, congolesi, etiopiche, argentine, italiane di diverse congregazioni religiose, che si metteranno a disposizione delle diocesi di Agrigento e Caltagirone, al servizio dei migranti. Per la prima volta si realizza in Italia un progetto “intercongregazionale” che coinvolge cioè religiose appartenenti a diverse congregazioni religiose. È una delle tante, originali risposte, all’appello di Papa Francesco ad aprire le porte a profughi e migranti. Il progetto sarà operativo dai primi di dicembre ma oggi inizia a Roma il corso di formazione di due mesi. La caratteristica dell’iniziativa – promossa dalla Unione internazionale Superiore generali (Uisg) – sarà quella della mobilità e flessibilità, a seconda dei bisogni. Tra le varie ipotesi allo studio, c’è la possibilità di prendere un camper o un pulmino, per muoversi con più facilità. Per ora si inizia in Sicilia, ma non è detto che, con il cambiamento delle rotte migratorie, il gruppo non si sposterà altrove. Una presenza discreta e itinerante sul territorio.
Per incontrare i migranti sulla strada. “Vogliamo essere per strada e sulla strada – racconta suor Elisabetta Flick, delle Ausiliatrici del Purgatorio, responsabile del progetto migranti della Uisg -. Sarà il gruppo a decidere quale sarà la forma migliore per portare avanti il lavoro”. Intanto a Roma le religiose iniziano una formazione approfondita sulle tematiche migratorie, con il supporto del Centro Astalli e del Jesuit refugee service. Le religiose parlano già le lingue dei migranti, per cui sarà più facile per loro fare un lavoro di mediazione. Mettere insieme suore di diverse congregazioni e culture, precisa, “significa dimostrare che è possibile vivere insieme nella diversità”. Le due comunità si stabiliranno inizialmente nell’arcidiocesi di Agrigento e a Ramacca, un piccolo centro vicino al famoso Cara di Mineo, nella diocesi di Caltagirone. “Come religiose avevamo il desiderio di metterci a disposizione – spiega suor Elisabetta -, il cardinale Montenegro e il vescovo mons. Peri ci hanno offerto disponibilità. Andiamo in punta di piedi, rispettando la richiesta di metterci in ascolto dei bisogni, per poi costruire insieme. Vogliamo essere una presenza discreta sul territorio”. Il cardinale Montenegro, con il quale è stato pensato il progetto, ha infatti detto loro: “l’unica cosa con cui dovete venire è un cuore largo e orecchie occhi aperti”. “Sarà questo ciò che diremo alle suore al momento di partire”, sottolinea suor Elisabetta.
Accoglienza nella legalità. “Desideriamo rispondere all’appello del Papa – commenta anche suor Fernanda Cristinelli, comboniana, collabora anche lei al progetto migranti della Uisg – ma sappiamo che non può essere fatto in modo spontaneo e libero, perché accogliere dei migranti ha delle conseguenze e vanno seguite le leggi del Paese. Per gestire questa complessità legale e burocratica servono delle competenze che non sempre possediamo come congregazioni, per questo scegliamo di lavorare in rete con altre realtà, come il Centro Astalli e la Caritas, che aiutano in questi percorsi più complessi”. Suor Fernanda fa notare che molti migranti non sono ospiti di strutture, ma vivono in case occupate o per strada: “Sono quelli che hanno più bisogno. Noi vorremmo occuparci anche di loro, ma ci chiediamo come aprire le porte a queste persone senza incorrere in penalizzazioni”.
A Roma 50 famiglie accolte. A Roma una cinquantina di famiglie di migranti sono accolte da congregazioni religiose. Anche suor Carmen Bandeo, delle Missionarie Serve dello Spirito Santo, collabora al progetto Uisg. Con la sua comunità ha già ospitato per la terza volta una famiglia di richiedenti asilo: “La nostra esperienza è positiva. È uno scambio che arricchisce entrambi. Siamo consapevoli che non possiamo risolvere tutti i loro problemi ma offriamo ascolto, uno spazio degno per vivere come famiglia e mantenere viva la loro speranza”.
Simone Caffarini: