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L’eco dei profughi in monastero

Cristiana Dobner
Il monastero in sé è luogo separato dal comune vivere civile ma, a ben vedere per chi sappia usare della propria vista intelligente, è una cassa di risonanza. Le notizie e le immagini forano le mura e trapassano le coscienze.
Il piccolo riverso sulla spiaggia, la fiumana di profughi siriani che si accalca ai confini nella lotta per l’esistenza, il marchio sulla persona, continuano a ruotare nell’immaginario e nella coscienza di ognuna di noi.
Non si tratta dell’immediata reazione femminile volta al soccorso, meglio: non solo di questa reazione spontanea legata alla maternità insita in ogni donna, la lama affonda più profondamente e tocca l’essere più interno, lo ferisce e interroga.
Perché avviene tutto questo scempio della vita di tante persone di ogni età, ceto sociale e cultura? Persone note dalle immagini trasmesse che però parlano, fin troppo eloquentemente, del numero senza numeri degli ignoti periti, torturati, provati della loro dignità.
Il “perché” scuote anche la fede riflessa, quella in gioco in ogni esistenza monastica che, al di là della capacità del singolo monaco o monaca, vuole dire la Presenza dell’Altissimo, del Padre, del Creatore nella storia dell’umanità.
Dove è questo Padre? Se è onnipotente, come lo dimostra?
È il grido che impedisce di stordirsi con devozioni che placano; è il grido che mette a nudo il pulsare del cuore, il centro volitivo e amante della persona.
Grido che può attanagliare e quindi distruggere oppure dilatare e far crescere.
Il grido è nostro, di ciascuna di noi, dalla più anziana, perfettamente lucida a ben 93 anni e 60 di professione monastica, alla più giovane che ne conta 28 e attende di poter emettere la sua professione e ricevere così il sigillo della Chiesa che la consacri a Dio.
Grido non solo e solitario perché grido di tutte. Ancora però direbbe ben poco o nulla in merito alla risposta richiesta perché sposterebbe solo il problema.
Il grido, che si impasta di tutti gli altri gridi, regge e ha senso perché sorretto e innervato da un altro grido: il Grido per eccellenza.
La radice ebraica del cristianesimo insegna che l’Altissimo è gemello della sua creatura, opera delle sue mani e pervasa dal suo soffio vitale.
L’esistenza, cioè il semplice esistere, può in un atto libero che vuol dire “Amen”, così è, diventare vita e vita per tutti.
Quando un gemello viene aggredito e piange, il suo gemello ne avverte il dolore e piange. Come ogni gemello che si rispetti, l’Altissimo è il nostro gemello. Il pianto comune è liberatorio, il peso è condiviso.
La vita, perciò, di tutte noi è solcata dalla vicinanza di questo Gemello che rende ubiqua, cioè universale, dovunque se ne avverta il bisogno, la risposta: prossimità condivisa con ogni sofferente, il piccolo annegato (e tutti i piccoli di cui diventa simbolo); la marea umana che attraversa il deserto della storia per giungere alla libertà pagandone di persona il grave rischio; la nefandezza di una marchiatura che vuole rendere numero, cosa e merce la persona e la sua dignità.
Noi che portiamo dalla creazione il Nome di Dio in noi e dal Battesimo siamo siglati dalla vita della Trinità, siamo consapevoli che il male – per la Bibbia si chiama Amaleq – divide la storia dei popoli e vuole cancellare il Nome per renderci suoi schiavi. La lotta è dura, guerra sferrata contro il proprio egoismo che urge e vorrebbe, in molteplici forme, come lo sperimentano le giovani monache che muovono i primi passi ancora alle falde del Monte Carmelo, imporsi. Forme che in ciascuna assumono dimensione e gravità diversa ma che, correttamente collocate, portano ad una trasparenza all’amore del Gemello che vuole riversarsi su tutti in gioia e letizia.
La risposta non è filosofica, forse neppure teologicamente espressa in modo rigoroso e stringente, ma è risposta viva, inesauribile preghiera, grido di intercessione.
Porsi in mezzo con una mano sugli oppressi e con l’altra sugli aguzzini, impetrando salvezza e vera vita per gli uni quando lottano con le onde del mare o con il filo spinato dei confini; impetrando luce che illumini le coscienze di chi si dimostra accecato dall’ideologia, dal guadagno disonesto o dalla propria bestialità che emerge e chiede di distruggere.
Insieme il grido è certezza di dimorare nel palmo del Signore che però, donandoci la libertà, ha lasciato il nostro palmo nella sua propria decisione: stretto e avvinghiato su se stesso oppure steso e offerto.
Monaci, cristiani, persone con coscienza limpida, tutti abbiamo le mani, come vogliamo porle?
Redazione: