Piazza San PietroUna grande rete ecclesiale per difendere l’Amazzonia e 30 milioni di persone, tra cui 2 milioni e 800mila indigeni appartenenti a 390 popoli, minacciati dallo sfruttamento selvaggio delle risorse da parte delle multinazionali e dalle grandi opere dei governi, dalla deforestazione e dai cambiamenti climatici, con gravi rischi per i diritti umani.

È la Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica, lanciata ieri in Sala Stampa vaticana, perché la tutela dell’Amazzonia “fonte di vita per tutto il mondo” è una “questione globale”, che riguarda tutta la Chiesa. Alla Repam aderiscono vescovi e diocesi delle regioni amazzoniche (sono coinvolti 9 Paesi), congregazioni religiose, Caritas, organizzazioni e movimenti, organismi ecclesiali, con il patrocinio del Pontificio Consiglio Giustizia e pace. Il presidente del dicastero vaticano, card. Peter Kodwo Appiah Turkson ha introdotto le caratteristiche della Repam: “transnazionalità”, per l’alto numero di Paesi coinvolti; “ecclesialità”, perché crea una “collaborazione armoniosa tra la varie componenti della Chiesa”; “impegno per la tutela della vita”. “È in gioco la difesa della vita di svariate comunità – ha denunciato il card. Turkson – che rappresentano oltre 30 milioni di persone. Sono minacciate dall’inquinamento, dal radicale e rapido cambiamento dell’ecosistema dal quale dipendono, e dalla mancata tutela di fondamentali e diritti umani”.

In Amazzonia sono perpetrati scempi come “progetti minerari e agricoli intensivi senza consultare, né tantomeno coinvolgere, le popolazioni locali”, ha proseguito il card. Turkson. La Repam, agendo come “piattaforma” opererà, tra i vari ambiti, nella giustizia, legalità, promozione e tutela dei diritti umani, prevenzione e gestione dei conflitti, preservazione delle culture dei popoli, uso responsabile e solidale delle risorse naturali. Si pone, inoltre, come modello per altre Chiese locali, in Africa o in Asia. In un intervento audio il card. Claudio Hummes, presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza episcopale del Brasile, ha ricordato che la creazione della Repam nel settembre 2014 è stata fortemente incoraggiata da Papa Francesco, anche in risposta ad un suo appello a Rio de Janeiro nel 2013. Allora il Papa disse ai vescovi brasiliani: “L’Amazzonia è una verifica decisiva, un banco di prova per la Chiesa e l’umanità”. Il bosco tropicale più esteso del mondo (6 milioni di km) è “devastato e minacciato dalle concessioni dello Stato e dalle multinazionali – ha spiegato mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo (Perù) e presidente del Dipartimento Giustizia e solidarietà del Consiglio episcopale latinoamericano -. I grandi progetti estrattivi, le monoculture e il cambiamento climatico stanno mettendo a rischio le terre, distruggendo la cultura e l’autodeterminazione dei popoli”.

Più del 20% della copertura vegetale “già non esiste più”, ha precisato mons. Barreto Jimeno, anche perché “gli Stati considerano prioritaria la crescita economica e lo sfruttamento delle risorse come urgenza nazionale”. I popoli indigeni, ha aggiunto Michel Roy, segretario generale di Caritas internationalis, “sono considerati ingombranti, impedimenti alla realizzazione di ambiziosi progetti di sviluppo e in generale i più poveri ed indifesi vedono i loro diritti sistematicamente schiacciati”. “E’ nostra responsabilità – ha affermato – spegnere i motori e fermarci. Fermarci dal voler produrre ad ogni costo, dal saccheggiare e distruggere, dallo spogliare i popoli dell’ambiente che permette loro di vivere, con la loro cultura e le loro ricchezze umane”. Per Mauricio Lopez, segretario esecutivo della Repam, che si riunirà nuovamente oggi pomeriggio a Roma, difendere l’Amazzonia “è un imperativo morale universale per il futuro del nostro pianeta”.

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