guerra
Non è facile dimenticare. Tutti i ruandesi hanno il cuore ferito. E anche se il dolore con gli anni si è attutito, la cicatrice è lì a tenere sempre vivo il passato. Affiorano i ricordi e il vuoto lasciato dalla morte di una persona cara è un abisso impossibile da colmare. I ruandesi lo sanno e, se glielo chiedi, fanno ancora fatica a raccontare. Sono trascorsi 20 anni: il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500mila persone secondo le stime di Human Rights Watch. Ci sono situazioni nella storia dei popoli e dei singoli individui in cui il perdono delle offese e la riconciliazione autentica con il nemico sembrano mete impossibili. L’odio per il dolore vissuto e l’ingiustizia subita è così radicato che appare impossibile da superare. Le guerre, tutte le guerre, distruggono i campi, le case, le strade, intere città. Uccidono senza fare distinzioni. Ma c’è una morte più profonda che la guerra infame e crudele lascia dietro di sé ed è quella nel cuore dei viventi. Così in Ruanda. Così sarà per la Siria, i Paesi del Medio Oriente, l’Ucraina in Europa.
Ma la guarigione del cuore non è un’opzione da scegliere, è un cammino obbligato perché in gioco c’è il futuro di una vita. O si sceglie di sanare la ferita o si sceglie di morire. È un cammino tutto in salita, che – ha detto ieri il Papa incontrando i vescovi del Ruanda – richiede pazienza e rispetto reciproco. Con le sue ombre e il sangue dei suoi martiri, la storia del Ruanda già scritta sui libri di storia e entrata nel Dna di un popolo è oggi un grido di verità lanciato al mondo e all’Europa: mai più machete! Mai più cecchini! La storia e le geografie dei popoli si scrivono con le penne del diritto e sulle pagine del perdono e della riconciliazione.

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