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“Ogni vita è grande” Gianni Morandi parola per parola

Di Serena Dei
“Se applicassimo ogni giorno il comandamento ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, avremmo risolto la maggior parte dei problemi. Ma spesso non ne siamo capaci, a cominciare da me”. È un Gianni Morandi che, spenti i riflettori dell’Arena, si racconta, al di là delle soddisfazioni professionali, quello che incontriamo tra i lampadari di cristallo e i marmi splendenti di un hotel veronese. Dopo il grande successo ottenuto durante le due serate nell’anfiteatro romano, trasmesse in diretta su Canale 5, l’artista di Monghidoro è tornato a Verona in occasione di un incontro con le autorità cittadine. Il cantante si racconta con generosità.
Uno dei momenti più emozionanti del live in Arena è stato il duetto con suo figlio Marco. Il mestiere di padre non è facile.
“Come genitori ci si impegna ogni giorno per dare il miglior esempio possibile ai figli, senza fare nulla di eccezionale o eroico. Io cerco di insegnare loro il rispetto per gli altri, il gesto di dare. Anche mio figlio è partecipe nel mondo della solidarietà. L’esibizione con Marco è stata un momento toccante per me, mi sono commosso ed evitavo di guardarlo per non piangere. Lui non ama molto cantare con me, ma quando gli ho proposto la canzone ‘Il mio amico’ si è convinto. Quando si vedono certe cose in tv sembrano studiate a tavolino per speculare sui sentimenti. Io l’ho fatto in totale buonafede. È un brano che canto da anni e che tratta la tematica della disabilità: parla di un amico che ha bisogno di essere aiutato, di un sorriso, di una stretta di mano; tutti lo guardano, ma lui vuole vivere, non si lamenta e dice che la vita è bella anche così”.
Quali sono i motivi che l’hanno spinta a portare sul palco i giovani, ragazzi non conosciuti che studiano e si impegnano nei Conservatori d’Italia?
“I motivi sono tanti. In primo luogo, lavorare con i giovani è sempre entusiasmante perché ti danno energia, entusiasmo, passione. In secondo luogo si voleva mettere in risalto il fatto che nei Conservatori italiani si formano professionisti molto bravi. Sono tutti ragazzi diplomati o che stanno per conseguire il diploma. Ci vuole più attenzione per questi giovani che dedicano anni e anni e ore e ore al giorno allo studio di uno strumento e poi non riescono a trovare un posto in un’orchestra per suonare e magari vanno a insegnare musica alle scuole elementari. Ci vuole attenzione, bisogna che queste orchestre giovanili abbiano modo di suonare, di esibirsi: in Italia abbiamo 3mila teatri e una grande tradizione musicale”.
Cosa pensa dei talent show, che propongono una cultura del mordi e fuggi, del successo facile, forse troppo veloce?
“I talent show possono creare false aspettative in tanti giovani: questi ragazzi, dopo aver assaporato un po’ di successo, si ritrovano a dover affrontare la vita, quella vera, che non è più fatta di applausi, di luci. Vedendola da questo punto di vista i talent show non sono propriamente educativi. Però se torno indietro, ai miei anni, anche allora c’erano i concorsi di voci nuove, come il Festival di Castrocaro o di Bellaria, lo stesso Sanremo. Questo modus operandi alla fine è sempre avvenuto, forse adesso si sta calcando troppo la mano: bisognerebbe che i giovani capissero che il talent show non è un punto di arrivo, ma di partenza. Non è vincendo un terno al lotto che si fa carriera. Ci vuole studio, impegno, preparazione, gavetta. Il mestiere dell’artista non è facile, è difficile come tutti gli altri”.
La sua carriera: 50 anni di successi, ma anche di momenti bui, in cui forse non veniva capito dal pubblico.
“In realtà ero io che non capivo. Non è mai solo colpa del pubblico: forse per me il successo è arrivato troppo in fretta e in maniera inconsapevole. Poi mantenerlo è stato molto difficile, quando è cambiata l’aria, quando è cambiato il mondo musicale e il contesto sociale. Sono stati dieci anni molto utili e anche dolorosi. La mia famiglia si sgretolava, culminando in un divorzio. E poi ci fu la morte di mio padre. Mi sono trovato con delle giornate vuote da riempire. Qualcuno mi ha consigliato di studiare, cosa che non avevo fatto prima. Sono entrato nel Conservatorio di Santa Cecilia, per sette anni ho studiato il contrabbasso. Non sono diventato un musicista, ma mi è servito anche per ricominciare con una diversa consapevolezza”.
La fede l’ha aiutata in questo momento difficile?
“Io sono figlio di una famiglia divisa in due: mia madre credente e una nonna paterna fervente, che andava a Messa tutte le mattine, mentre mio padre era esattamente il contrario. Fino intorno agli anni Novanta ero abbastanza indifferente alla religione. Poi mi sono accorto, dopo aver avuto successo e soldi e aver soddisfatto molti desideri, che probabilmente mi mancava qualcosa. Sentivo il bisogno di riscoprire una spiritualità che potesse riempire questo involucro vuoto, fatto di esteriorità. Ero alla ricerca di qualcosa, così mi sono avvicinato alla fede, cominciando ad andare a Messa. All’epoca Franco Battiato scrisse una canzone per me che diceva: ‘Guardo il cielo con occhi diversi’. La spiritualità mi ha aiutato molto anche per aprirmi verso gli altri e per intraprendere opere di solidarietà”.
Come l’esperienza con l’Unitalsi?
“Su suggerimento di Gianmarco Mazzi (veronese, direttore artistico dei due Sanremo che Morandi ha condotto ottenendo un enorme successo, ndr), mi chiamò l’Unitalsi per portare un po’ di musica sui treni bianchi della speranza con migliaia di persone. Poi ci ritornai più volte perché è davvero un’esperienza toccante. Per l’occasione cantai ‘Un uomo piccolo come me’ (che è poi diventato l’inno dell’associazione cattolica): quando ti trovi davanti alla sofferenza vera, con persone gravemente malate, stese nei lettini, che però hanno voglia di vivere e di condividere, ti senti piccolo, misero con i tuoi difetti quotidiani, ti lamenti se magari ti manca il sale nella minestra oppure se ti manca un bottone”.
Cosa pensa di Papa Francesco, capace di attirare le folle, quasi come una pop star?
“È un uomo meraviglioso che sa parlare alle folle, che si avvicina, che si vuole togliere tutti gli orpelli, le mantelle, i cappelli, le scarpe. E la gente lo segue perché capisce che è vero, sincero, una guida che va al valore delle cose. Papa Francesco mi piace per le risposte che dà: ‘Ma chi sono io per giudicare un omosessuale?’ Non poteva esserci un Papa migliore di questo nel nostro momento storico”.
Lei è sempre stato considerato il bravo ragazzo, che piace a tutte le generazioni. Non le sta stretta questa definizione?
“Io ho i miei difetti! Ancora non ho avuto la santificazione! (ride). Un po’ mi imbarazza, perché se mi guardo allo specchio non riesco a essere soddisfatto fino in fondo. Cerco di essere una persona normale: ognuno ha le sue ansie, i suoi difetti, i suoi problemi, le sue rabbie e anche le piccole cattiverie. Siamo fatti di tanti pezzi. C’è una canzone che mi è stata scritta proprio pensando a questo, è nell’ultimo album e s’intitola ‘Ogni vita è grande’. È stata scritta da un ragazzo di Genova, un allievo di Giorgio Gaber. Parla in maniera ecumenica e dice che ognuno nella sua vita è grande, dal bambino al ragazzo, dall’uomo all’anziano, e non si deve invidiare nessuno perché anche il potere più grande è solo apparente”.
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