ROMA – Quando un Papa muore, oppure si dimette, come è capitato per Benedetto XVI, la Chiesa deve darsi un nuovo pastore. A tale scopo viene indetto il Conclave. Questo termine deriva dal latino “cum clave”, cioè “(sottointeso: chiuso) con la chiave” e indica il carattere di assoluta riservatezza con il quale si svolgono tutte le operazioni per scegliere il nuovo Papa.

Le operazioni che oggi si seguono per designare il successore di Pietro sono il frutto di una lunga evoluzione storica. Pare che Papa Lino, il primo a succedere al Principe degli Apostoli, fosse stato proprio indicato da Pietro. Nei primi secoli, sulla scia di quanto accadeva anche nelle altre diocesi, il papa veniva acclamato dal popolo romano. Tale prerogativa però, già a partire dal 336 per volontà di Papa Marco, fu ristretta al solo clero romano.

Colui che viene eletto in conclave cambia il proprio nome, in analogia con quanto avvenne all’apostolo Pietro che in origine si chiamava Simone. Il primo pontefice che modificò il proprio nome fu Giovanni II eletto il 2 gennaio 533. Egli si chiamava Mercurio e questo era un nome troppo pagano per il capo della cristianità!

Nel 1059 Papa Niccolò II  dispose che solo i cardinali appartenenti all’ordine dei vescovi potessero eleggere il Romano Potefice. Solo nel 1179 Papa Alessandro III (lo stesso che è all’origine della Sacra Giubilare di Grottammare) decise che ad eleggere il papa avrebbero concorso tutti i membri del collegio cardinalizio come ancora oggi avviene.

Come si diceva poc’anzi il nome conclave vuol dire “chiuso a chiave”. Alla morte di Clemente IV nel 1268, i 19 cardinali che si trovavano a Viterbo, città dove al tempo risiedevano i Pontefici, non riuscivano a mettersi d’accordo su chi sarebbe dovuto divenire il nuovo Papa. Fu così che i viterbesi decisero di rinchiudere a chiave i cardinali nel palazzo papale fino a quando non fossero giunti ad un accordo. Passarono ancora 1006 giorni prima che la cristianità ebbe finalmente un pastore nella persona di Teobaldo Visconti che prese il nome di Gregorio X.

L’ultima significativa modifica si deve in tempi più recenti all’azione di Paolo VI che con la lettera apostolica “Ingravescentem Aetatem” impedì  di partecipare al Conclave ai cardinali ultraottantenni. Questi ultimi possono invece prendere parte alle congregazioni generali che precedono il Conclave e che sono volte ad individuare le principali sfide che la Chiesa deve raccogliere e dunque alla stesura di un “identikit” del futuro Pontefice. Durante le Congregazioni Generali viene anche stabilita la data di inizio del Conclave.

Il Conclave ha inizio con la “Missa pro eligendo Romano Pontifice”, una speciale liturgia con la quale si chiede a Dio di illuminare tutti coloro che sono chiamati ad eleggere il nuovo Papa. Con una suggestiva processione nella quale si cantano le  litanie dei santi (vedi video) i cardinali si trasferiscono dalla Cappella Paolina alla Cappella Sistina dove si svolgeranno le operazioni di voto. L’ultimo ad entrare è il cardinale decano. I cardinali prendono posto nella parte della Cappella Sistina più vicina all’altare e sono disposti su file parallele in modo che si possano guardare. Una volta entrati, i cardinali procedono al giuramento col quale si impegnano a rispettare tutte le norme canoniche inerenti allo svolgimento del Conclave. Solo a questo punto il cerimoniere intima l’ “Extra omnes” (=fuori tutti!). Infine le porte della Cappella Sistina vengono chiuse e il suo spazio è interdetto a tutti coloro che per diritto non possono accedervi.

Nel primo giorno si procede ad una sola votazione (se questa ha luogo), mentre per tutti gli altri giorni sono previste 4 votazioni, due alla mattina e due al pomeriggio. Ad ogni cardinale viene data una scheda con scritto “Eligo in Summum Pontificem” (elecco come Sommo Pontefice…) sulla quale i cardinali devono esprimere il loro voto. In modo ordinato, un cardinale alla volta, davanti alla scena michelangiolesca del Giudizio Universale, si avvicina all’urna e, tenendo la scheda in modo ben visibile, pronuncia la formula “Testor Christum Dominum, qui me iudicaturus est, me eum eligere, quem secundum Deum iudico eligi debere” (=Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto) e depone la scheda nell’urna. Terminata la votazione si procede allo spoglio delle stesse.

Se nessun cardinale ha ottenuto i 2/3 dei voti le schede vengono messe da parte e si procede con un’ulteriore votazione (in questo conclave, essendo i cardinali elettori 115, saranno sufficienti 77 voti per essere eletto Papa). Se anche in questa nessuno ha raggiunto il numero necessario di voti le schede vengono raccolte e bruciate insieme alle prime in un’apposita stufetta. Dal comignolo della Cappella Sistina uscirà un fumo nerò che indicherà, a quanti seguono il conclave da Piazza San Pietro, che ancora il Papa non è stato eletto.

Quando invece un candidato ha raggiunto il necessario numero di consensi, il cardinale decano si dirige verso l’eletto e gli domanda: “Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?” (=Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?). Se l’eletto risponde in modo affermativo, in quell’istante diventa Sommo Pontefice. Il cardinale decano gli pone ancora una domanda: “Quo nomine vis vocari?” (=Come vuoi essere chiamato?). Il neo-pontefice risponde col nome col quale vuole essere chiamato.

A questo punto l’eletto si sposta nella Stanza delle Lacrime, ovvero la sacrestia della Cappella Sistina, dove sono stati predisposti 3 abiti papali bianchi che siano adatti qualunque sia la taglia del nuovo Papa. In tale caso le schede vengono bruciate e dal comignolo della Cappella Sistina fuoriesce un fumo bianco che annuncia l’avvenuta elezione. Contestualmente suonano a festa anche le campane di San Pietro al fine di evitare ogni possibile fraintendimento sul colore del fumo!

Il Papa e i cardinali si spostano poi verso la loggia delle benedizioni. Qui il cardinale protodiacono annuncia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro l’avvenuta elezioni: Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum (nome dell’eletto in accusativo latino), Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem (cognome dell’eletto non tradotto in latino), qui sibi nomen imposuit (nome pontificale in genitivo latino, seguito dall’eventuale aggettivo numerale ordinale). (=Vi annuncio una grande gioia: abbiamo il Papa! L’eminentissimo e reverendissimo Signore Signor (nome dell’eletto), Cardinale (cognome dell’eletto) di Santa Romana Chiesa, il quale si è imposto il nome di (nome pontificale). Vedi video

Fino al 1978, quando è stato eletto Giovanni Paolo II, il neo-pontefice doveva impartire solamente la benedizione. Fu il grande papa polacco a rompere la tradizione rivolgendo quelle parole che subito entrarono nel cuore di tutti. Anche Benedetto XVI, come il suo immediato predecessore, ha salutato la folla con parole che subito hanno messo in evidenza il suo carattere mite ed umile. Chissà cosa avrà da dirci il nuovo Pontefice…

 

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