GROTTAMMARE – Quando l’artigianato diventa strumento educativo, sociale e spirituale. È questa la sintesi del Laboratorio di Liuteria “Franciscana”, realtà nata nel 2015 all’interno della parrocchia di San Giovanni, con sede a Sant’Agostino, e divenuta negli anni un punto di riferimento per numerosi giovani del territorio. Attraverso la progettazione e la costruzione di strumenti musicali, il laboratorio promuove valori quali la gratuità, la responsabilità, la creatività e la fraternità, ispirandosi al carisma di San Francesco d’Assisi e alla tradizione delle antiche botteghe artigiane.

Negli ultimi anni il progetto ha ricevuto importanti riconoscimenti istituzionali e culturali, culminati nel patrocinio concesso dal Sacro Convento di Assisi nell’aprile 2026, segno di apprezzamento per un’esperienza che coniuga formazione tecnica, crescita umana e impegno educativo.

Ne parliamo con Alberto Romani, ideatore e responsabile del Laboratorio di Liuteria “Franciscana”, per ripercorrerne la storia, i valori e le prospettive future.

Alberto, il Laboratorio di Liuteria “Franciscana” unisce artigianato, educazione e spiritualità francescana: come si è evoluto il progetto negli ultimi anni rispetto agli obiettivi iniziali?

«Il Laboratorio, nato nel 2015 come parte delle attività della parrocchia di San Giovanni, con sede a Sant’Agostino, non è mai stato un’esperienza isolata, ma un percorso pedagogico e pastorale continuativo, totalmente gratuito e rivolto ai giovani. Se all’inizio l’obiettivo era offrire una semplice alternativa alla solitudine e all’isolamento, negli ultimi anni l’opera si è strutturata come una vera e propria “officina” di vita.

In un momento storico in cui il disagio giovanile e la povertà educativa erodono le nostre comunità, il Laboratorio si è evoluto fino a diventare un presidio educativo: un luogo in cui le fragilità dei ragazzi vengono accompagnate attraverso la cura, l’ascolto e la gratuità assoluta, sul modello di San Francesco che ricostruì San Damiano con le proprie mani. È l’applicazione concreta di quella che definisco “Ingegneria Umanistica”.»

Il nome “Franciscana” richiama chiaramente il carisma di San Francesco d’Assisi: quali valori concreti cercate di trasmettere ai giovani attraverso il lavoro in laboratorio?

«La genesi dell’opera risiede interamente nella spiritualità francescana e nella volontà di tradurre la preghiera in azione concreta. Il primo valore che i ragazzi respirano varcando la soglia è la gratuità assoluta, insieme alla “minorità” francescana, vissuta come testimonianza e servizio, senza alcun supporto economico esterno e senza finalità di lucro.

In questo spazio non si vende nulla e non si incassa nulla: tutto nasce dal dono e dall’autofinanziamento personale. In un mondo dominato dalle logiche del profitto e della frenesia, proponiamo la pazienza dell’artigiano, la tenacia necessaria per affrontare e risolvere i problemi, il valore del silenzio e della riflessione, favoriti anche dal contesto essenziale in cui si opera, accanto alla chiesa dove si pratica l’Adorazione Eucaristica Perpetua.

Si apprende che il lavoro può diventare preghiera: progettare uno strumento e lavorare il legno di una chitarra o di una percussione diventa metafora della costruzione della propria interiorità e di una società più armoniosa, fondata sulla custodia del Creato e sulla fraternità universale.»

Tra i vari riconoscimenti istituzionali, di recente il progetto ha ricevuto anche il patrocinio del Sacro Convento di Assisi: che significato ha avuto per te e per il laboratorio questo importante riconoscimento?

«La concessione di questo patrocinio, avvenuta nell’aprile 2026, ha rappresentato una conferma particolarmente significativa dello spessore ecclesiale e civile dell’opera. Sapere che l’Ordine Francescano dei Frati Minori Conventuali abbia riconosciuto in questa esperienza un concreto segno di speranza contro la dispersione formativa e la solitudine esistenziale è motivo di grande gratitudine e responsabilità.

Questo riconoscimento, che si aggiunge a quelli ricevuti negli anni, testimonia il valore educativo, tecnico e pastorale del Laboratorio e la sua capacità di portare il messaggio francescano nel territorio marchigiano attraverso un’azione concreta rivolta alle nuove generazioni.»

Come è nato il rapporto con il Sacro Convento di Assisi e quali collaborazioni o iniziative sono scaturite da questo patrocinio?

«Il rapporto è nato dalla profonda consonanza tra la missione educativa del Laboratorio e il messaggio del Sacro Convento. Trattandosi di un riconoscimento molto recente, si può parlare soprattutto di prospettive e progettualità future, che assumono il valore di un autentico mandato educativo e testimoniale.

Questa collaborazione inserisce il Laboratorio in un orizzonte più ampio di Chiesa e rafforza ulteriormente il percorso intrapreso. Inoltre, rappresenta un importante impulso per un evento particolarmente significativo: il prossimo 24 giugno, infatti, la nostra chitarra “Franciscana”, costruita e dedicata alla promozione della pace universale, sarà presentata a Sua Santità Papa Leone XIV.

Lo strumento ha già raccolto, nel corso del suo cammino, le adesioni e le firme di importanti protagonisti della musica internazionale e italiana, tra cui Pat Metheny, Joe Satriani, Steve Hackett, Jennifer Batten, Phil Palmer, Nek, Francesco Renga, la Premiata Forneria Marconi e Simone Cristicchi. In quell’occasione il Santo Padre potrà conoscere da vicino questa esperienza educativa e gli chiederò di apporre la sua firma sullo strumento come segno di comunione ecclesiale e di sostegno a un messaggio di pace rivolto ai giovani.»

In che modo il laboratorio riesce a coinvolgere concretamente i ragazzi sotto il profilo umano, educativo e spirituale, oltre che tecnico?

«Il segreto risiede nella formula millenaria del rapporto tra Maestro e Allievo, tipica delle antiche botteghe delle arti e dei mestieri. Il rigore del metodo scientifico non è fine a sé stesso, ma viene trasformato in un atto di autentica educazione.

I ragazzi non frequentano semplicemente un corso teorico, ma vivono un’esperienza fondata sull’apprendimento collaborativo e tra pari. Non si parla di spiritualità in modo astratto: quando un adolescente sperimenta la fatica, la precisione richiesta dal lavoro e la gioia di vedere nascere un suono dal legno grezzo, comprende intuitivamente l’esistenza di un’armonia più grande.

Il coinvolgimento tecnico diventa così una chiave di accesso per affrontare le fragilità personali e costruire relazioni sane, offrendo un ambiente sicuro e accogliente contro l’isolamento sociale.»

Oggi molti giovani vivono immersi nella tecnologia e nei social: quanto può essere importante riscoprire il lavoro manuale e artigianale attraverso la liuteria?

«È fondamentale. Come sottolineò lo stesso Steve Hackett durante un nostro incontro, questa esperienza può essere di grande aiuto perché allontana i giovani dalla superficialità e dalla dipendenza dai social, incoraggiandoli a sviluppare una creatività autentica.

La liuteria costringe a confrontarsi con la materia, con il tempo e con il silenzio. Davanti a un pezzo di legno non esiste il “tutto e subito” di un clic: servono mesi di dedizione, rispetto e resilienza di fronte agli errori.

Unire questo rigore artigianale alle moderne tecnologie di progettazione permette ai ragazzi di comprendere che la tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell’intelligenza e del cuore umano, e non diventare una prigione virtuale che impoverisce le relazioni.»

Hai raccontato spesso il laboratorio come un “Lab-Oratorio”: quanto conta la dimensione comunitaria e relazionale all’interno di questa esperienza?

«La definizione di “Lab-Oratorio” non è un semplice gioco di parole, ma rappresenta l’essenza stessa del progetto: la fusione tra l’officina tecnica e lo spazio dell’accoglienza, della preghiera e dell’aggregazione giovanile.

In questo luogo non trovano spazio competizione e personalismi; si vive in un clima di mutuo aiuto che favorisce il superamento delle barriere sociali, dei pregiudizi e delle solitudini. Custodire e garantire la continuità di uno spazio comunitario fondato sul dono e sulla fede significa proteggere un presidio importante per la pastorale giovanile del territorio e un modello innovativo di attenzione e cura verso i giovani.»

Ci puoi raccontare qualche testimonianza?

«La bellezza di questa esperienza risiede nel valore delle piccole trasformazioni quotidiane. Essendo docente di professione, ripenso spesso ai tanti ragazzi incontrati negli anni.

Un ricordo particolare riguarda le attività proposte nell’ambito dell’Alternativa alla Religione Cattolica, dove vengono sviluppati percorsi educativi destinati agli studenti che scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione. Giovani apparentemente lontani o indifferenti alla dimensione ecclesiale sono entrati nel Laboratorio per vivere un’esperienza concreta di progettazione e costruzione di uno strumento musicale.

Respirando quel clima di fraternità e semplicità, si sono ritrovati spontaneamente a porre domande profonde, a dialogare di bellezza, etica e spiritualità, riscoprendo una vicinanza inattesa alla fede e ai sacramenti proprio a pochi passi dalla cappella dell’Adorazione.

Altri ragazzi, segnati dal disagio o dal ritiro sociale successivo al lockdown, hanno ritrovato qui la forza di sorridere e di sentirsi nuovamente parte della comunità. Quando si assiste alla crescita di un giovane in questo modo, si comprende che il Laboratorio non è soltanto un luogo in cui si costruiscono strumenti musicali, ma uno spazio in cui, attraverso la musica e il lavoro manuale, si contribuisce a ricostruire persone, relazioni e speranze.»

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