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20 anni dalle stragi di via D’Amelio (19 luglio) e Capaci (23 maggio)

Dal Sir

ITALIA – Cinquantasette giorni. È il tempo intercorso tra la strage di Capaci, il 23 maggio 1992, e quella di via D’Amelio, il 19 luglio.
Vent’anni fa, nel giro di nemmeno due mesi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici che facevano tremare Cosa Nostra, sono stati fatti saltare in aria col tritolo.
C’è il tempo di tutta una vita, da quella domenica pomeriggio in cui Borsellino era andato a trovare la madre, nella palermitana via D’Amelio, a oggi. “Ma c’è anche un grosso rischio: che questi momenti vengano appiattiti sulla dimensione cerimoniale dell’anniversario”, dichiara in un’intervista al Sir il giornalista siciliano Franco Nicastro, che da oltre quarant’anni scrive di mafia per l’agenzia Ansa. “Molte cose si fanno per la copertura mediatica. E il giorno dopo ce ne dimentichiamo. È necessario – spiega – spezzare questa dimensione cerimoniosa e chiedere maggiore coerenza a tutti quelli che partecipano in prima fila”.

Le connessioni politico-mafiose costituiscono da sempre il terreno fertile sul quale nasce e cresce la gramigna della criminalità organizzata: quali sono i comportamenti da adottare per rendere la società civile immune alla complicità?
“La mafia è associata al potere. Basta definire l’illecito per quello che è e rifiutarne l’accettazione su una base di giudizio etico e morale. Solo l’etica e la morale ci consentono di capire che cosa è oggi la mafia e come contrastarla”.

È ancora diffusa l’idea che la mafia sia una prerogativa siciliana?
“No, ormai tutti hanno perfettamente compreso che si tratta di un complesso variegato di fenomeni criminali diffusi a livello globale, con declinazioni di tipo locale e territoriale”.

Come è cambiata la percezione che i siciliani hanno del problema?
“C’è maggiore consapevolezza: quando si parla di mafia non pensiamo che riguardi altri. È diffusa la consapevolezza che riguarda tutti, anche quelli che con la mafia non hanno a che fare, perché le loro vite e le loro libertà economiche, culturali e sociali risultano fortemente condizionate”.

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Sono parole di Borsellino. Come reputa il modo in cui si parla di mafia oggi nel nostro Paese? Quali responsabilità hanno i comunicatori e in che direzione dovrebbero muoversi?
“Bisogna fare i conti con un cambiamento profondo del modo di fare i giornalisti, orientato più al desk che alla ricerca, tanto che siamo diventati fortemente dipendenti dalle fonti investigative, ma senza capacità di produrre materiale in modo originale. Bisogna avere presenti i risultati delle inchieste, ma non fermarsi alle carte. Scrutare l’orizzonte con uno sguardo più largo. Abbandonare ogni prospettiva angusta. E questo lo possono fare solo i giornalisti”.

L’Ordine dei giornalisti di Sicilia, di cui è stato presidente, ha sede, da un paio di anni, nella villa palermitana appartenuta a Totò Riina. Un bell’esempio di riconversione dei beni di Cosa Nostra, ma anche una scelta simbolica. Che rapporto c’è tra mafia e informazione?
“Su questi temi adesso c’è una grande produzione d’informazione. Spesso il limite è che l’informazione è una sorta di resoconto minuzioso e dettagliato delle attività della mafia. La cronaca è importante ma non basta, svela quelli che una volta erano i segreti, ma serve la capacità di leggere criticamente questi fenomeni. Oggi l’informazione passa in tutti i modi e in varie piattaforme, non è possibile pensare a un’informazione misurata, controllata: grazie alle tecnologie non c’è la possibilità di riportare sotto controllo la notizia. Emerge, però, il problema della qualità: il giornalismo deve offrire al lettore una chiave interpretativa dei fatti di cui viene a conoscenza. Dobbiamo essere giornalisti oltre la cronaca e la rappresentazione semplice di un fatto”.

Come è cambiata, nel tempo, la dialettica tra criminalità organizzata e informazione in Sicilia?
“Borsellino è morto vent’anni fa, e già allora era iniziato un processo di rigenerazione: l’informazione non mancava, ma era affidata all’iniziativa di pochi, alle sensibilità occasionali. E fortemente condizionata dal fatto che prima di Falcone e Borsellino erano mancate le grandi inchieste sulla mafia. La mancanza di conoscenza investigativa veniva colmata dalle inchieste dei giornali: dagli anni Ottanta, però, l’informazione ha allargato il proprio orizzonte. È mancata la capacità di raccontare i fatti andando oltre la superficie. Adesso c’è una consapevolezza più forte, che viene trasferita anche sull’opinione pubblica”.

Al giornalista che chiedeva “Ma chi glielo fa fare?”, Falcone, in un’intervista, rispose: “Solamente lo spirito di servizio”. Chi, oggi, sente ancora vivo lo spirito di servizio e ha il coraggio di rischiare tutto?
“C’è chi lo fa, ma occorre dare riconoscimento al lavoro che viene fatto. L’unico problema è che ci può essere tendenza al protagonismo. Forte tensione etica e spirito di servizio vanno riconosciuti a molti magistrati, soprattutto quelli delle nuove generazioni, più preparati e con una visione più moderna”.

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