8xmille in Armenia, Matteo Calabresi: “Una presenza nel mondo che cambia e migliora la vita”

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M. Chiara Biagioni

“Quello che fa qui, in Armenia, la Chiesa italiana purtroppo non è conosciuto affatto in Italia a partire dagli stessi italiani. Eppure viaggiando in questi luoghi, ci rendiamo conto che è una presenza costante e importantissima che cambia e migliora la vita di tante persone”. Matteo Calabresi è il responsabile del Servizio Promozione per il sostengo economico alla Chiesa grazie ai fondi dell’8xmille. Fa parte di una delegazione di giornalisti legati alla Fisc (la Federazione italiana dei settimanali cattolici), in viaggio per l’Armenia per raccontare le “buone notizie” dei progetti realizzati grazie appunto all’8xmille. Si tratta di un impegno capillare in tutta l’Armenia a favore soprattutto delle due fasce di popolazione più vulnerabili, gli anziani e i bambini, in un Paese in cui la mancanza cronica di occupazione spinge la popolazione più giovane a lasciare il Paese. Un esodo che sta  svuotando interi villaggi. Grazie ai fondi 8xmille gli operatori della Caritas sono riusciti a realizzare ad Artashat un progetto di assistenza domiciliare per gli anziani e il centro “Piccolo Principe”, per la protezione e sostegno ai bambini e alle loro famiglie. A Gyumri invece opera il centro diurno di Accoglienza sempre per anziani e il progetto “Caldo inverno” per il riscaldamento delle loro case. A Ashotsk invece l’Ospedale Redemptions Mater grazie ai camilliani serve in un territorio isolato e abbandonato 13mila persone garantendo l’assistenza e la cura sanitaria.

Calabresi, cosa l’ha colpita di più di questa terra?

Ho conosciuto una povertà molto simile ai paesi meno sviluppati. Una realtà che non mi aspettavo. Quello che mi ha colpito di più, è la solitudine in cui vivono qui le persone e in particolare gli anziani. In Africa o in Sud America siamo sicuramente di fronte a povertà estreme ma c’è sempre una famiglia allargata che rimane vicina. Qui invece abbiamo visto una solitudine assoluta. Ma abbiamo anche conosciuto persone estremamente dignitose.C’è un orgoglio nazionale molto radicato e il cristianesimo fa parte dell’identità di questo popolo. Mi sembra che ci sia una grande speranza in questa Chiesa e per questo Paese.

 

 

Come si scelgono i progetti da finanziare?

Con i soldi che noi eroghiamo ogni anno per gli interventi caritativa al Terzo Mondo pari ad un costo di 40 milioni di Euro, si riescono a fare molte cose. La procedura è chiara. Le ong, appoggiandosi alla Chiesa locale, formulano una domanda di progetti all’ufficio Cei per gli interventi caritativi al terzo mondo. La domanda viene valutata da un Comitato e se approvata, con una procedura trasparente e di rendiconto, si inviano tranche per tranche i soldi per il progetto.

Potremmo fare di più?

Certo. Si può sempre fare di più. Per la carità i bisogni sono infiniti.

Però quello che si fa, è un segno importante. Gli interventi della chiesa italiana sono tra i più importanti al mondo. Sono 10 anni che faccio questo lavoro. Ho visitato tantissimi progetti in tantissimi paesi e vedo che gli italiani con la chiesa italiana sono presenti  nei punti più poveri del mondo. Dal Madagascar al Brasile.

Di fronti ai mali del mondo, questi progetti, seppur importanti, sembrano una goccia nell’oceano. Si sente scoraggiato?

Perché scoraggiato? Quando si avviano progetti così belli, torno al contrario, con grande speranza.

Questi progetti sono poco conosciuti. Sembra quasi che ci sia un disagio in Italia a parlare di 8xmille. Come pensate di superarlo?

È una domanda che ci stiamo chiedendo da anni. Sembra quasi una famiglia in cui i bambini non sanno nulla del modo in cui vengono spesi i soldi. Non siamo però bambini e credo che tutti dobbiamo chiederci come la Chiesa realizza i progetti che vediamo o come vengono finanziati gli oratori dove mandiamo i nostri figli.

Nessuno si chiede come si pagano queste spese.

Quindi cosa state facendo?

Noi, per esempio, stiamo incentivando dei corsi di formazione in tutte le parrocchie. Le ricerche ci dicono che da una parte i fedeli per pudore non chiedono e dall’altra i sacerdoti stentano a parlare perché hanno paura di toccare un argomento scomodo. Quando invece, grazie agli incaricati diocesani, si fanno questi corsi di formazione, i riscontri sono tutti positivi.

Si scopre che non c’è nulla da nascondere, che non c’è nessuno scheletro nell’armadio e che è possibile ritrovarsi in un rapporto di fiducia nuovo.

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