La natura, la fede, la cura

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Marco Testi

Le notizie non sono buone, per usare un eufemismo: il 29 luglio abbiamo consumato in termini di risorse naturali quello che avremmo dovuto far durare fino alla fine dell’anno solare. Un’ingordigia che ci potrebbe costare molto cara, e in tempi non lontanissimi. La cultura però aveva anticipato i tempi, ponendo la natura al centro, da Leonardo agli impressionisti, passando per il “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich: ma anche prima i poeti, da Omero a Virgilio, avevano cantato la bellezza e il fascino misterioso della Grande Madre. Anche nella modernità, da quando alcuni studiosi hanno fatto sentire il loro grido d’allarme per l’ inquinamento, (recentemente lo storico Harari in “21 lezioni per il XXI secolo”, edito da Bompiani, ha stigmatizzato l’incapacità delle classi politiche di intervenire su questo drammatico problema) assistiamo ad un ritorno di interesse: se apriamo i cataloghi editoriali o semplicemente ce ne andiamo – e sarebbe una delle passeggiate urbane più salutari – in libreria, ci accorgiamo che una marea di libri ci parla di questa emergenza. “Ogni giorno è un dio” (Bompiani) della grande scrittrice americana Annie Dillard, una raccolta di racconti-saggi-riflessioni, ci fa capire quanto sia importante la natura nella nostra esistenza. Il turismo può paradossalmente contribuire al disastro ambientale a causa di eccessivi affollamenti, con tonnellate di rifiuti ed altri inconvenienti, in luoghi di eccezionale interesse naturalistico e artistico, come denuncia da tempo un grande scrittore-viaggiatore, Lawrence Osborne. L’incontro tra natura, viaggio quasi iniziatico nella sua bellezza e cura della psiche è perseguito nel cosiddetto Waldbaden, “bagno nella foresta” che è diventato oggetto di studio (e pratica effettuale) nelle università, come nel caso del Giappone: ma già nel 1854 il trascendentalista americano David Henry Thoreau con il suo “Walden, ovvero la vita nei boschi” aveva profeticamente enunciato la necessità per l’uomo di rientrare in contatto con la natura selvaggia. Con un notevole seguito di scrittori: nel 1934 il papà di Maigret, Georges Simenon, aveva narrato i luoghi del mare nostrum dei romani in “Il mediterraneo in barca” (Adelphi) in cui emerge la bellezza ma anche l’alterità, da rispettare, di luoghi umani e naturali. Il mare come simbolo del rapporto con la natura e l’ignoto, che a metà dell’Ottocento aveva visto nascere un capolavoro come “Moby Dick” di Melville (di cui ricorrono i 200 anni dalla nascita), ancora oggi portatore di messaggi profondi e non del tutto svelati, è narrato nell’opera di un grande scrittore e drammaturgo, il norvegese Jon Fosse, in “Mattina e sera” (La nave di Teseo). La grande, essenziale importanza delle piante, la loro sensibilità e anche i loro sorprendenti movimenti vengono svelati da Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola in “Etica e politica delle piante” (DeriveApprodi). Anche nel cinema è alta la soglia di attenzione verso l’emergenza: Leonardo DiCaprio ha prodotto il film-documentario presentato al festival di Cannes “The 11th hour” sugli effetti disastrosi del riscaldamento terrestre.
Bisogna pur dirlo: la visione del mondo cristiana può aiutare in tutto questo, perché si incontra con il rispetto dei luoghi: di “turismo spirituale” ha parlato il documento della presidenza della Cei del maggio 2018, “Bellezza e speranza per tutti: quando il turismo diventa via di vita buona e speranza”. Tutti ci ricordiamo l’accoglienza positiva con cui anche la cultura iper-laica ha accolto l’enciclica “Laudato si’”, promulgata da un papa che fin dal nome si richiama ad un antesignano dell’ecologia, il Poverello d’Assisi: il suo Cantico di frate sole è il primo manifesto di un nuovo modo di intendere il rapporto con il creato: senza quell’esempio è probabile che le pagine finali del capolavoro pirandelliano, “Uno nessuno e centomila”, vero testamento romanzato dello scrittore (il protagonista si spoglia delle sue ricchezze e va a vivere a contatto con la natura), non sarebbero state mai scritte.

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