Repubblica Centrafricana: card. Nzapalainga (Bangui), “non vogliamo essere il ventre molle dell’Africa”

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Patrizia Caiffa

“Non vogliamo che la Repubblica Centrafricana diventi il ventre molle dell’Africa dove arrivano tutti i banditi. Noi vogliamo essere un Paese civile”. È determinato a portare avanti la sua visione e i suoi progetti il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, nonostante nella Repubblica Centrafricana la violenza non sia ancora cessata, nemmeno dopo la firma degli accordi di pace a giugno. Tra i progetti, quello di costruire scuole per strappare ai ribelli la possibilità di coinvolgere bambini e trasformarli in soldati, e dispensari sanitari nei villaggi. A settembre inaugurerà le prime 10 scuole nei villaggi più grandi dell’arcidiocesi di Bangui, grazie ad un finanziamento dell’8xmille. Spera di poter arrivare a 58 scuole. Il Comitato Cei per gli interventi caritativi nel Terzo mondo ha già versato 482.790 euro per questo progetto: “Vogliamo ridare speranza alla popolazione”.

Dal 1990 ad oggi 14.529 progetti sono stati realizzati grazie ai fondi 8xmille che la Chiesa italiana decide di destinare ai Paesi in via di sviluppo (Africa, America Latina, Asia, Europa dell’Est, Medio Oriente, Oceania). Solo nell’ultimo quadriennio (2013/2016) i progetti approvati sono stati 2.727 per un importo complessivo di euro 370.432.687,49. Dal 2016 ad oggi sono stati approvati 868 progetti per 144.8 milioni di euro concessi; 83 i Paesi coinvolti; 688 gli enti proponenti.

Abbiamo incontrato il card. Nzapalainga a Roma.

Perché la scuola è oggi una priorità nella Repubblica Centrafricana?

I bambini non devono prendere in mano armi per uccidere ma penne per scrivere, per essere bravi cittadini, lavorare e guadagnarsi la vita onestamente. Non vogliamo che qualcuno li manipoli o strumentalizzi.

Si dice che la crisi è dovuta a motivi religiosi. Noi abbiamo sempre detto che non è così. La scuola è il luogo dove cattolici, protestanti, musulmani, animisti si riconoscono tutti figli di uno stesso Paese. Qui sono nati e qui devono imparare ad accettarsi. Studiando e giocando insieme diventa luogo di incontro tra culture per imparare a stimarsi, a collaborare. Altrimenti continueranno a pensare che il musulmano o il cristiano è il nemico. Poi intorno alla scuola lanceremo un progetto di gruppi agricoli. Chiederemo ai genitori di unirsi per coltivare campi e vendere i loro prodotti a Bangui, in modo che possano comprare quaderni e vestiti per i bambini che vanno a scuola. Questo permetterà la manutenzione della scuola e di pagare gli insegnanti. C’è anche un altro grande progetto che riguarda la regione di Bangui, realizzato con l’Istituto di agronomia dell’Africa Centrale (Isa), per una agricoltura a livello industriale. Si rivolge agli studenti con laurea o alti livelli di formazione. Da noi c’è terra per coltivare e si possono fare attività di scambio tra i Paesi.

Anche la ricostruzione del settore sanitario è importante…

Sì, abbiamo anche un altro progetto nel settore sanitario a cui teniamo molto. Con la crisi molte strutture sanitarie sono state distrutte, non ci sono farmaci. Vorremmo istituire nei villaggi dei dispensari di prossimità. La gente non deve essere obbligata a percorrere chilometri a piedi per curare malattie semplici come il paludismo. Vogliamo che le persone continuino a curarsi nel proprio ambiente sociale, senza dover andare in città. Questo si può fare con i dispensari di prossimità e un infermiere. Perché altrimenti la gente muore per banali malattie: perché non ci sono i farmaci per curare le ferite o perché si rivolgono alla stregoneria. Non è possibile che nel XXI secolo la gente muoia così. La Chiesa è impegnata a ridurre il tasso di mortalità dei bambini e degli adulti.

Però la situazione è ancora tesa nella zona di Bangassou: giorni fa il vescovo Juan José Aguirre Munoz ha dato rifugio a 2000 musulmani in fuga dalle milizie anti-Balaka. È una pace fragile, come uscirne?

Noi continuiamo a dire che la soluzione non sono le armi. Bisogna discutere e cercare insieme delle soluzioni per uscire da questa crisi.

Ma ci sono giovani che vogliono utilizzare questa crisi per arricchirsi, per posizionarsi in politica a diversi livelli. Come Chiesa abbiamo il dovere di portare il nostro messaggio profetico per dire che non hanno il diritto di utilizzare i bambini come carne di cannone, mettendoli in prima linea. Il loro posto è a scuola, dove possono imparare ad avere gli strumenti per guadagnarsi da vivere. In prima linea i bambini non hanno paura e non si rendono conto delle conseguenze di ciò che stanno facendo. Bisogna recuperarli e formarli. Non vogliamo diventare un Paese di violenti e di banditi. Per questo facciamo appello al dialogo, alla riconciliazione e alla giustizia.

Tutti quelli che hanno perso tutto devono avere semi da piantare nei campi, chi non ha più casa deve essere aiutato a ricostruire.

La capacità di resilienza significa dire che non tutto è finito con la crisi ma siamo capaci di costruire qualcos’altro. Vogliamo che la crisi diventi un trampolino di lancio, una opportunità per ricostruire una nuova Repubblica Centrafricana, accettando tutte le culture e religioni, andando insieme verso una stessa direzione.

Inoltre ci sono state tensioni con i soldati delle forze Onu della Minusca, accusate dalla popolazione di non fare abbastanza per mantenere la sicurezza.

Sì, ci sono stati dei problemi perché la Minusca dispone di uomini e risorse limitate. Hanno le loro esigenze, certo, ma noi centrafricani non riusciamo a capire perché a 10 km dalla loro presenza si uccidano le persone perché nel loro protocollo è previsto che non intervengano oltre quella distanza. La gente e i criminali lo sanno. Aspettano le persone a 10 km di distanza per fermarli o ucciderli, visto che la Minusca non può essere ovunque. Per cui si è cristallizzata una tensione tra la popolazione e la Minusca. Noi pensiamo che ogni gruppo ha limiti e forze.

La Minusca è servita a prendere tempo, a calmare la situazione, a salvare delle vite. Non si può gettare il bambino insieme all’acqua calda, bisogna riconoscere ciò che di buono ha fatto, contribuendo alla stabilizzazione. Ma ci sono limiti che bisogna cercare di superare.

La sua presenza oggi è importante perché non abbiamo ancora un esercito nazionale. Se le forze Onu andassero via tutti i capi ribelli occuperebbero tutti i villaggi e diventerebbero i capi di intere regioni. Diventerebbe una giungla. Non vogliamo che il Centrafrica diventi il ventre molle dell’Africa dove arrivano tutti i banditi per attaccare il Camerun, il Ciad. Noi vogliamo essere un Paese civile.

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