Francesco agli imprenditori: “I corrotti sono seguaci del diavolo”

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PapaZenit di Luca Marcolivio

Accolti in Vaticano come “agenti di inclusione economica e sociale”, gli imprenditori cattolici si trovano in questi giorni a Roma, a ridosso della chiusura del Giubileo della Misericordia. Una “coincidenza” che, secondo papa Francesco, ha del provvidenziale, dal momento in cui “tutte le attività umane, anche quelle imprenditoriali, possono essere un esercizio di misericordia, che è la partecipazione all’amore di Dio per gli uomini”.

Così si è espresso il Santo Padre ricevendo ieri in udienza nella Sala Regia del Palazzo Apostolico, i partecipanti alla Conferenza Internazionale delle Associazioni di Imprenditori Cattolici (UNIAPAC), accompagnati per l’occasione dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace.

Le attività imprenditoriali, ha sottolineato il Pontefice nel suo discorso, pongono il “rischio” che si corre nella relazione “con uno dei temi più difficili della percezione morale: il denaro”.

A tal proposito, Bergoglio ha menzionato quanto detto da alcuni suoi predecessori sul soglio di Pietro: se per Leone XIII, alla fine del XIX secolo si era aperto un “immenso abisso” tra le classi sociali (cfr Rerum Novarum, 35), 40 anni dopo, Pio XI aveva preconizzato l’ascesa di un “imperialismo internazionale del denaro” (Quadragesimo Anno, 109), mentre altri 40 anni dopo ancora, il beato Paolo VI denunciava come l’eccessiva concentrazione di mezzi nelle mani di pochi potesse “condurre a una nuova forma abusiva di dominio economico, sul piano sociale, culturale e anche politico” (Octogesima adveniens, 44).

Il magistero pontificio, del resto, si pone in continuità con l’insegnamento dei Padri della Chiesa, i quali, ha ricordato Francesco, considerano le ricchezze come “buone”, solo quando sono “al servizio del prossimo”, altrimenti sono “inique”. Da parte sua, “il denaro deve servire”, non “governare”, essendo solo “uno strumento tecnico di intermediazione, di comparazione di valori e diritti, di compimento di obblighi e di risparmio”; il denaro, inoltre, “non ha un valore neutro, ma acquista valore a seconda della finalità e delle circostanze in cui si usa”.

Secondo il Papa, “è urgente recuperare il significato sociale dell’attività finanziaria e bancaria, con la migliore intelligenza e inventiva degli imprenditori”, quindi, assumendosi “il rischio di complicarsi la vita, dovendo rinunciare a certi guadagni economici”.

In particolare il credito deve essere accessibile “per le case delle famiglie, per le piccole e medie imprese, per i contadini, per le attività educative, specialmente a livello primario, per la sanità generale, per il miglioramento e l’integrazione dei nuclei urbani più poveri”.

Non è lecito, ha aggiunto il Santo Padre, che le “fasce più povere della popolazione” finiscano “in mano a usurai senza scrupoli”, né che, “a livello internazionale, il finanziamento dei paesi più poveri” si trasformi in una “attività usuraia”.

Pur ammettendo la possibilità di creare “meccanismi imprenditoriali che siano accessibili a tutti e funzionino a beneficio di tutti”, il Pontefice ha richiamato la necessità di una “generosa e abbondante gratuità” e di un “intervento dello Stato per proteggere certi beni collettivi e assicurare il soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali”, evitando sempre quella che San Giovanni Paolo II chiamava la “idolatria del mercato”.

Altro rischio che gli imprenditori si accollano è quello della “corruzione”, definita da Francesco la “piaga sociale peggiore”, laddove è una “menzogna” cercare “il profitto personale o del proprio gruppo sotto le parvenze di un servizio alla società”: ciò rappresenterebbe “la distruzione del tessuto sociale sotto le parvenze del compimento della legge”, ci troveremmo di fronte alla “legge della giungla mascherata da apparente razionalità sociale”, nonché all’“inganno” e allo “sfruttamento dei più deboli o meno informati”.

Il Santo Padre ha definito la corruzione una “frode alla democrazia”, che “apre le porte ad altri mali terribili come la droga, la prostituzione e la tratta delle persone, la schiavitù, il commercio di organi, il traffico di armi”. Praticare la corruzione, ha aggiunto, significa “diventare seguaci del diavolo, padre della menzogna”. La corruzione, infatti, ha aggiunto richiamandosi al suo recente discorso ai movimenti popolari, non è un “vizio esclusivo della politica” ma è diffusa anche nelle “imprese”, nei “mezzi di comunicazione” e nelle “organizzazioni sociali” in genere.

Per contro, “una delle condizioni necessarie per il progresso sociale” è proprio “l’assenza di corruzione”, pertanto gli imprenditori non devono cedere ai “tentativi di ricatto o di estorsione”, fosse anche per “salvare l’impresa e la sua comunità di lavoratori”.

Un terzo rischio menzionato dal Papa è quello della “fraternità”, principio che ben si lega a quelli della “dignità” e della “gratuità”: ciò significa che, se da un lato “i rapporti di giustizia tra dirigenti e lavoratori devono essere rispettati e pretesi da tutte le parti”, dall’altro “l’impresa è una comunità di lavoro in cui tutti meritano rispetto e apprezzamento fraterno da parte dei superiori, colleghi e subalterni”; tutto ciò senza trascurare “azioni solidali in favore dei più bisognosi compiute dal personale di imprese, cliniche, università o altre comunità di lavoro e di studio”.

Anche in questa sede, il Pontefice è tornato sull’emergenza dei migranti e dei rifugiati, un tema che interpella anche la categoria imprenditoriale, in quanto gli imprenditori possono “convincere i governi a rinunciare a ogni tipo di attività bellica”, in quanto sono proprio le guerre una delle principali cause di emigrazione. Al tempo stesso, le imprese sono in grado di determinare “fonti di lavoro degno, stabili e abbondanti, sia nei luoghi di origine sia in quelli di arrivo e, in questi ultimi, sia per la popolazione locale sia per gli immigranti”.

È necessario, ha aggiunto Bergoglio, che “l’immigrazione continui a essere un importante fattore di sviluppo”, come del resto è avvenuto, alcune generazioni addietro, quando “i nostri nonni o i genitori arrivarono dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, dal Libano o da altri paesi, in America del Sud e del Nord, quasi sempre in condizioni di estrema povertà”, poi, con grandi sacrifici, sono diventati loro stessi imprenditori, “perché trovarono società accoglienti, a volte così povere come loro, ma disposte a condividere il poco che avevano”.

Agli imprenditori dell’UNIAPAC, il Papa ha infine chiesto di conservare lo spirito dei suddetti antenati, trasmettendo “questo spirito che ha radici cristiane, manifestando anche qui il genio imprenditoriale” e invocando l’intercessione di Enrique Shaw (192-1962), cofondatore dell’UNIAPAC, la cui causa di beatificazione fu avviata dallo stesso cardinale Bergoglio, quando era arcivescovo di Buenos Aires.

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