Tratta: così il “Gruppo Santa Marta” voluto da Papa Francesco aiuta le vittime

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PapaDi Patrizia Caiffa

Un business criminale che nella sola Europa frutta ai trafficanti 6 miliardi di euro l’anno. Milioni di donne, uomini e bambini che nel mondo vengono trafficati, schiavizzati a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo. Numeri sui quali è impossibile fare delle stime precise perché appartengono ad un mondo oscuro e sommerso. Secondo le organizzazioni internazionali crescono di anno in anno, come ha ricordato Papa Francesco: “Sono i più indifesi, ai quali viene rubata la dignità, l’integrità fisica e psichica, perfino la vita”, persone sfruttate “approfittando della loro povertà ed emarginazione”. Il Papa ha incontrato ieri un centinaio di delegati da 30 Paesi che fanno parte del “Gruppo Santa Marta” da lui istituito due anni fa per combattere “la piaga sociale della tratta di persone, legata a nuove forme di schiavitù”. Ha ascoltato il report del cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles, su questi due anni di attività dell’organismo, che riunisce vescovi, responsabili delle forze dell’ordine, sacerdoti, religiose, rappresentanti di organizzazioni che lottano contro la tratta. Ma soprattutto ha prestato ascolto alle storie delle vittime. Molti tratti comuni di queste storie li conosce molto bene: lui stesso in Argentina ha contribuito a liberare dalla tratta e dal lavoro-schiavo moltissime persone. Due di queste erano presenti all’incontro.

Papa Francesco riceve in udienza i Membri del “Santa Marta Group” (Vaticano, 27 ottobre 2016)“Migliaia di vittime salvate, ma tanto ancora da fare”. “Migliaia di vittime sono state salvate negli ultimi due anni ma c’è anche tanta frustrazione per ciò che deve essere ancora fatto”, ha spiegato il cardinal Nichols.

La Chiesa inglese è in prima linea nella lotta alla tratta e collabora attivamente con le istituzioni.

L’iniziativa, poi confluita nel Gruppo Santa Marta, è infatti iniziata in Inghilterra, poi si è estesa ad altri Paesi europei, alle Americhe, all’Asia. Il cardinal Nichols ha descritto al Papa i progressi fatti negli ultimi due anni in termini “di azioni penali nei confronti dei criminali e cura delle vittime”. Tra i passi in avanti nei singoli Paesi il card. Nichols ha raccontato della Nigeria, dove le cause della tratta vengono combattute “con l’uso creativo della terra”; degli Stati Uniti e della Colombia, dove vengono usate “le più moderne tecnologie”; della “stretta collaborazione tra Chiesa e polizia” in Lituania ed Argentina. “Con angoscia – ha aggiunto – siamo venuti a sapere del commercio di organi umani e di parti del corpo su cui si sta lottando in Mozambico”, mentre grandi progressi sono stati fatti in Germania, Spagna e Polonia. Il card. Nichols ha chiesto poi “cambiamenti legislativi” e attenzione particolare ai bambini, visto che il numero di minori migranti soli che arrivano in Europa aumenta in continuazione. “Il 25% dei migranti hanno meno di 16 anni, sono i più vulnerabili – ha ricordato -. Dobbiamo aiutarli e integrarli: saranno una grande ricchezza per i nostri Paesi in futuro se riusciamo a fare spazio per accoglierli oggi”.

“Contraddizione e ipocrisia dell’Europa”. Dal punto di vista dell’Africa – da una sola regione della Nigeria, Edo State, provengono l’80% delle donne trafficate a scopi sessuali – il cardinale John Olorunferni Onayekan, arcivescovo di Abuja, non usa mezzi termini per denunciare

la “contraddizione e l’ipocrisia tremenda dell’Europa, specialmente quando si parla di prostitute”.

“Se c’è così tanta offerta vuol dire che c’è la domanda – ha detto al Sir -. La realtà è che ci sono tante ragazze che soffrono perché vivono in un mondo oscuro, sotto il controllo delle Madam che prendono tutto il loro guadagno. Questo succede perché non possono andare in un ambasciata in Nigeria con un modulo dicendo: ‘Voglio andare in Italia a fare la prostituta’. Ma io mi chiedo: se è consentito fare la prostituta a Milano come mai non possono chiedere il visto per venire in Italia a fare questo lavoro? È possibile o non è possibile? Chiudere gli occhi di fronte a questa situazione vuol dire che quelle povere ragazze rimarranno sempre vulnerabili, sia nei confronti degli sfruttatori, sia delle forze dell’ordine che le trattano come vogliono”. Lo stesso per i lavoratori migranti: “La maggioranza arriva in Europa in maniera regolare, lavora e contribuisce allo sviluppo del Paese. Ma c’è una minoranza che è costretta a venire senza documenti. In questo modo diventano vulnerabili ai trafficanti, che li usano per attività criminali oppure li sfruttano a livello lavorativo, guadagnando miliardi. Ci sono anche tanti uomini che fanno lavori duri e pericolosi in nero, in condizioni pessime, perché irregolari”.

Due testimonianze. Princess Inyan, nigeriana, è una delle vittime della tratta che ha portato la sua testimonianza al “Gruppo Santa Marta”.

“I trafficanti mi avevano promesso un buon lavoro come cuoca in Europa – ha raccontato – ma appena arrivata in Italia mi hanno portato da una Madam,che mi ha obbligato a prostituirmi e a pagare un debito di 45.000 euro”.

La vita sulla strada è stata durissima, finché non ha incontrato alcuni uomini e un sacerdote della Caritas di Asti che l’hanno aiutata ad uscire dal giro e sporgere denuncia. Ora ha fondato una associazione – Piam onlus – per aiutare altre vittime come lei. Princess ha avanzato anche una denuncia coraggiosa: “In Italia il più delle volte le forze dell’ordine rimpatriano le vittime anziché i trafficanti. Dovrebbe accadere invece il contrario”. Anche agli uomini toccano simili vicende drammatiche. È la storia di Al Bangura, nato e cresciuto in Sierra Leone, giovane promessa del calcio nel suo Paese, che all’epoca era scosso da una brutale guerra civile:

“Mi sono fidato di un uomo francese. Mi aveva proposto di giocare a livello professionale in una squadra europea. Invece mi sono ritrovato solo in un albergo di Londra. Mi hanno raggiunto degli uomini anziani che hanno abusato di me.

Ero terrorizzato, non parlavo inglese e non capivo cosa stava accadendo. Mi sentivo in trappola. Non so come, ma sono riuscito a fuggire”. Ora ha una moglie e un figlio, ha giocato in una importante squadra inglese in Premier League ed è ambasciatore per Sport for freedom, una organizzazione caritativa che sensibilizza e aiuta le vittime della tratta attraverso lo sport.

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