Monache Clarisse: Noi cosa siamo chiamati a fare?

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PreghiereDIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 16 settembre.

«Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra». Sono i primi versetti del Salmo responsoriale che la liturgia oggi ci propone. E’ la consapevolezza di chi sa che non c’è altro “custode” della e nella sua vita se non il Signore.
E’ la consapevolezza di Mosè che, come leggiamo nel libro dell’Esodo, si trova a vivere l’esperienza della guerra tra Israele e Amalek.
«Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek». E’ la prima volta che, nella Scrittura, viene menzionato Giosuè, il cui nome significa “YHWH salva”.
Continua Mosè: «Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Il monte, nella Bibbia, indica il luogo dell’incontro con Dio, del faccia a faccia con Lui. Infine, la menzione del bastone di Dio. “YHWH salva”, la cima del colle, il bastone di Dio: tutto sta a dirci che Mosè ha la certezza che non sarà la sua azione né una forza magica legata ad un amuleto, ma solo l’azione gratuita ed efficace di Dio a propiziare la vittoria del suo popolo.
Ancora leggiamo che «Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevamo le sue mani», le mani di Mosè alzate a invocare Dio: secondo la traduzione ebraica, possiamo leggere “da questa uno, da questa uno” dove “uno” è la traduzione di Ehad, l’Uno, il Primo, Dio.
Pregando non facciamo nulla, non produciamo, ci vediamo sterili e inefficaci. Ma la preghiera è lo spazio e il tempo che noi predisponiamo affinché il Signore faccia qualcosa di noi, lavori in noi e metta in atto, attraverso noi, il suo progetto, il suo fare.
Noi cosa siamo chiamati a fare, allora?
«…pregare incessantemente senza stancarsi mai», con l’atteggiamento, la fermezza, la decisione, il coraggio della vedova del Vangelo che chiede, senza sosta, giustizia al giudice della sua città perché «…Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di Lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia».
Anche nella prima lettura leggiamo «Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalek». La misura della fede è quella della preghiera, e fede vera non è parlare bene di Dio ma rivolgersi a Lui, ascoltarlo; questa è la fede che non delude, perché esprime la consapevolezza di vivere già qualcosa del Regno di Dio, in quanto ci si sente sotto la signoria misericordiosa di Dio.
Anche Paolo, nella seconda lettura, si rivolge a Timoteo esortandolo a rimanere «saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente». Saldo in quella Parola, la sola che dà salvezza, quella Parola che, innanzitutto, è relazione, tu per tu con il Signore e che «è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare […] perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona».

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