Se le donne non vogliono donare gli ovuli, se ne facciano tutti una ragione

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mammaDi Maurizio Calipari

Non è una bella storia quella balzata alle cronache in questi ultimi giorni, a proposito della presunta “predazioni” di ovuli, a danno di una giovane donna spagnola (ma forse anche di altre donne) che non aveva dato il proprio consenso, ad opera (secondo le accuse della depredata) del noto e discusso ginecologo Severino Antinori, con la complicità di alcune sue collaboratrici.
Non è certo questo il “luogo” per celebrare processi sommari, quindi lasciamo volentieri alla magistratura il compito che le è proprio, ovvero accertare la verità dei fatti e le eventuali responsabilità personali delle persone coinvolte nella vicenda.
Piuttosto, prendiamo spunto da quanto emerso finora e da alcuni commenti apparsi sui media, per fare qualche considerazione più generale su certi aspetti legati alle tecniche di fecondazione eterologa.
In estrema sintesi,

finora in Italia la fecondazione eterologa si sta rivelando un clamoroso flop.

Tra le cause evidenti, la mancanza (quasi assoluta) di donne disponibili a donare i propri ovuli gratuitamente (come è noto, la legge 40/2004, art. 12, comma 6, vieta e sanziona la commercializzazione di gameti umani). La donazione “disinteressata” di ovuli, dunque, non funziona nel nostro Paese – e, ad onor del vero, neanche in altri – perché nessuna donna, se non in rarissimi casi, accetta di sottoporsi a pesanti e rischiose procedure mediche per la raccolta dei propri ovociti, senza un congruo contraccambio economico. Cosa che si verifica regolarmente in altri Paesi, dove la legge lo consente.
Ecco allora che qualche commentatore “illuminato”, in questo giorni, ha pensato bene di rischiarare le menti obnubilate e ristrette della gente comune, spiegando (o almeno provandoci) che se in Italia avvengono fatti come quelli di cui è accusato Antinori, la vera colpa è proprio del vigente divieto di commercializzazione dei gameti. Un po’ come dire: e che doveva fare il povero Antinori, pressato dalla richiesta assillante di tante coppie in attesa di ricorrere alla fecondazione eterologa e all’asciutto di ovuli da fecondare ? In Italia, comprare non si possono, quindi… si può anche finire col perdere la testa ed abbandonarsi a “soluzioni alternative” a portata di laparoscopio!
Da qui la conclusione, ancor più “illuminata” di chi l’ha proferita: per evitare alla radice fattacci del genere, occorre cambiare la legge e permettere anche in Italia la compravendita dei gameti. In fondo, tutti ne avrebbero un tornaconto, chi vende e chi acquista. Brillante idea!
Ma allora, perché non allargare il ragionamento? Se è giusto commercializzare un gamete, che serve a “fare un figlio” – desiderio legittimo, ma non certo necessario alla sopravvivenza – tanto più si dovrebbe allora consentire la compravendita di organi (almeno quelli non necessari alla sopravvivenza) ai fini di trapianto – questo sì, quasi sempre necessario alla sopravvivenza.
Eppure quest’idea ripugna al senso comune, anzi in quasi tutto il mondo viene proibita e sanzionata dalla legge. E non a caso. Perché, nei fatti, è facile verificare che chi decide, in qualche parte del mondo, di mettere in vendita parti del proprio corpo (organi o gameti che siano), lo fa sempre e solo perché quasi costretto da una condizione di grave indigenza.
E se fosse vero il ragionamento “illuminato” di cui sopra,

com’è che l’Italia figura tra i Paesi al mondo col maggior tasso di donazioni (gratuite) d’organi a fine di trapianto? Come mai questa generosità solidale non si riscontra anche per la donazione di ovuli?

Se lo chiedano – con onestà intellettuale – coloro che pensano di risolvere la carenza di ovuli per la fecondazione eterologa, rendendo legale la commercializzazione di parti del corpo umano, fossero anche minuscoli ovociti!
Del resto, il buon senso della gente – e delle donne in particolare – ha già dato nei fatti la sua chiara risposta. Se ne facciano una ragione gli “illuminati” di turno!

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