Storia delle Religioni vs Insegnamento della Religione Cattolica

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++ CHIESA: CORTE STRASBURGO, NO A CROCEFISSI NELLE CLASSICome ogni anno, in questo periodo le famiglie stanno iscrivendo i loro figli a scuola. All’atto dell’iscrizione, va anche effettuata la scelta se avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). È dunque questo un tempo particolarmente opportuno per riflettere sulla presenza di questa materia all’interno dell’ordinamento scolastico italiano.

Partiamo proprio dal dato della scelta. Nell’anno scolastico 2014/2015, circa l’88% degli studenti che frequentano le scuole statali italiane si è avvalso dell’IRC. Il dato è molto interessante perché, se si considera che la pratica religiosa in Italia si attesta attorno al 15%, possiamo affermare che gli studenti si avvalgono dell’IRC non necessariamente a seguito della propria adesione alla Chiesa. E in effetti l’IRC, nel rispetto della laicità dello stato, ha sì dei contenuti confessionali, ma impartiti in modo laico: si tratta di un’ora di cultura (e non di catechesi) aperta agli alunni di qualsiasi credo religioso o che anche non ne abbiano alcuno.

L’IRC è l’unica materia scolastica che può essere scelta e, se volessimo parlare di “indice di gradimento”, dovremmo arrenderci all’evidenza che l’88% è segno di un alto interesse per questa disciplina. Eppure attorno a questa materia da sempre c’è un grande dibattito: c’è chi la vede incompatibile con la laicità dello stato e vorrebbe dunque abolirla e chi invece vorrebbe sostituirla con Storia delle religioni.

Vorremmo riflettere su quest’ultima proposta. Coloro che si fanno promotori di tale cambiamento, vorrebbero che (1) si studiasse una più generica storia delle religioni, (2) obbligatoria per tutti gli alunni e (3) impartita da insegnanti formati solo dallo stato.

(1) Per quanto riguarda il primo punto è subito necessario un chiarimento. La Storia delle religioni non sarebbe semplicemente un’estensione dell’oggetto di studio (da una sola religione, il cristianesimo, a tutte le religioni), ma proprio un’altra materia. Si tratterebbe di un cambiamento non tanto quantitativo, ma qualitativo.

Infatti, la Storia delle religioni illustra l’aspetto fenomenico delle varie esperienze religiose, senza la pretesa di volerne spiegare l’essenza, si sofferma sugli aspetti visibili, negando la propria competenza sulla sfera invisibile. Una materia così strutturata non renderebbe ragione della complessità del mondo religioso per come esso si autocomprende nelle sue molteplici declinazioni.

Inoltre, da un punto di vista culturale e didattico, non avrebbe molto senso dedicare lo stesso numero di ore all’insegnamento del cristianesimo e, per esempio, del buddismo, perché, come è noto, è stato il cristianesimo a plasmare la civiltà occidentale: non è possibile parlare di letteratura, di storia, di arte, di musica italiane ed europee senza conoscere il cristianesimo. Sarebbe un po’ come chiedere l’insegnamento di tutte le lingue del mondo e non solo dell’italiano e delle principali lingue comunitarie. Questo non implica nessun giudizio di valore su altre esperienze religiose.

A tal proposito, possiamo citare il caso della Gran Bretagna, dove per molto tempo c’è stato un insegnamento religioso molto simile a quello della Storia delle religioni. Pochi anni fa, il governo è intervenuto per far sì che il 75% delle ore di lezione fossero dedicate al cristianesimo.

Chi invoca l’introduzione della Storia delle religioni, molto spesso accompagna questa richiesta esprimendo il desiderio di adeguarsi a quanto avviene in Europa, ma, in realtà, nella metà degli stati europei si insegna religione con modalità analoghe a quelle italiane e, dunque, o ignora la realtà dei fatti o mente sapendo di mentire.

(2) Per quanto riguarda l’obbligatorietà, è importante notare che il mondo della religione si interessa delle più importanti questioni che riguardano l’uomo: da dove proviene, quale sia il suo destino, il senso della vita, ecc. È importante salvaguardare la libertà di scelta in materia religiosa, proprio come prevede l’attuale normativa. Una Storia delle religioni obbligatoria per tutti, andrebbe a ledere in un certo senso il principio della libertà religiosa.

Chi oggi si avvale dell’IRC è cosciente di scegliere una materia i cui contenuti fanno esplicito riferimento all’insegnamento della Chiesa Cattolica, al punto che, se l’insegnante non li proponesse in tal modo, perderebbe l’idoneità all’insegnamento. Questi contenuti potranno essere liberamente rielaborati dagli alunni che potranno farli propri, accettarli in parte o rifiutarli in toto.

Un insegnante di Storia delle religioni (appunto storia) saprebbe trasmettere in modo oggettivo e imparziale i contenuti della religione cattolica, secondo il modo nel quale la chiesa si autoconcepisce? Infine, chi ha detto che la Storia delle religioni sarebbe unanimemente accettata? Siamo sicuri che, ad esempio, uno studente musulmano accetterebbe di farsi insegnare cosa sia l’Islam da uno che non sia il suo imam?

(3) Per quanto riguarda il personale che insegna religione, è opportuno ricordare quanto afferma l’articolo 7 della nostra Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Questo articolo, che non riguarda solo il campo dell’insegnamento ma più in generale i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, riconosce che lo Stato non ha un campo di azione illimitato: c’è una zona nella quale l’autorità dello Stato si deve fermare.

In questa zona rientra sicuramente tutto ciò che riguarda l’istruzione e l’educazione religiosa. Giustamente in Italia non esistono facoltà di teologia (cattolica) statali, perché è compito specifico della Chiesa promuovere e coltivare questo tipo di studi.

Spesso, in maniera polemica e strumentale, ci si chiede quanto costino gli insegnanti di religione (che, è bene ricordare, sono pagati perché svolgono un lavoro!), ma nessuno fa mai notare che per la loro formazione lo stato non ha speso un centesimo.

Per quanto possa essere paradossale per la sensibilità moderna, è molto più laico gestire l’insegnamento religioso con le comunità religiose presenti in uno stato, piuttosto che affidare in maniera esclusiva allo stato una materia che si vorrebbe, solo nelle intenzioni, neutra e per tutti.

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