I vescovi si interrogano sulle parole ferme ma cordiali di Papa Francesco

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VescoviM.Michela Nicolais

Subito dopo il discorso del Papa, un vescovo ha preso un autobus strapieno con i suoi delegati e si è visto scherzosamente apostrofare da loro. Un altro è vescovo solo da due mesi, eppure ha già fatto tesoro di una lezione moderna del passato per “costruire la città” dialogando con essa. Sono solo due “istantanee” da Firenze, che dicono però molto della vivacità del nostro territorio. Ecco i due vescovi che per noi reagiscono “a caldo” alle già storiche parole pronunciate ieri da Papa Francesco a Santa Maria del Fiore: uno dei discorsi più lunghi del pontificato, continuamente interrotto dagli applausi, in cui ha tenuto banco l’espressione “vicinanza alla gente”, richiesta ai “vescovi pastori”, e la consegna di una riflessione “sinodale” sull’Evangelii Gaudium, da realizzare nella Chiesa di base per il dopo-Firenze.

Un pugno allo stomaco. Monsignor Antonello Mura è vescovo di Lanusei, diocesi suffraganea della metropolia di Cagliari, da un anno e mezzo. Del discorso del Papa conserva nel cuore “il linguaggio semplice, immediato, che aiuta anche noi vescovi ad usare la stessa metodologia: il tono è fermo e cordiale, mi piace che usi le immagini per parlarci, si serve di qualcosa che tutti possono vedere ma che non tutti interpretano alla stessa maniera”. Quello che il vescovo nominato da Francesco sente come un imperativo esigente è l’appello a

“essere libero dalle ossessioni e dalle tentazioni dell’immagine, del potere e del denaro”.
“La gente – ci spiega – guarda a noi vescovi per cercare di capire cos’è la Chiesa. È una grande responsabilità: le parole del Papa sono un pugno nello stomaco per tanti nostri atteggiamenti che possono indurre a pensare che la Chiesa abbia ‘potere’ non per la sua capacità di guidare i fedeli e di attirarli a Cristo, ma per quello che rappresenta come ‘mondanità’”. Qual è il requisito essenziale per una testimonianza credibile e coerente? Monsignor Mura non ha dubbi: la trasparenza. “Quando ho qualcosa che devo difendere e mi metto nella condizione di erigere barriere da frapporre tra me e i fedeli, quando mi rendo inaccessibile, divento il contrario della Chiesa in mezzo alla gente, ospedale da campo, malata con i malati, sofferente con i sofferenti, che vuole Papa Francesco”.

Restare scomodi. Ieri, prendendo un autobus con i suoi delegati diocesani, monsignor Mura si è sentito ripetere scherzando le parole pronunciate dal Papa a proposito di un vescovo nella metro affollata: era pieno come la metro e il vescovo ha detto ai suoi fedeli: “Ho bisogno di voi per reggermi, ma anche voi potete essere aiutati da me”. Del resto,

negli autobus moderni – ricorda Mura – non c’è più la scritta di una volta “sorreggersi agli appositi sostegni”. Ma è stata tolta anche quella che raccomandava: “Non parlare al conducente”. Bella immagine di Chiesa “alla Francesco”, “è cambiato tutto”.

Allora, bisogna “restare scomodi”, dice il vescovo di Lanusei citando il titolo di un suo editoriale scritto subito prima di partire per Firenze: “Dobbiamo restare scomodi dentro la Chiesa, perché lo stile di Gesù non ci fa stare comodamente, ma anche nella società, prendendo impegni che non facciano ‘accomodare’ troppo l’umanità”. Intanto, a Lanusei, il cammino di “sinodalità” sulla Evangelii Gaudium è già cominciato, con un convegno il cui titolo già parla da solo: “Lo stile di Gesù per una Chiesa accogliente e solidale”.

“In Italia i vescovi ‘faraoni’ non ci sono”. Ce lo assicura monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola, fresco di nomina. Il riferimento è ad una recente omelia del Papa a Santa Marta, ma anche al discorso di ieri, in cui

Francesco “ha declinato l’Evangelii Gaudium per l’Italia, attraverso tre parole d’ordine: umiltà, disinteresse, beatitudine”.
E l’esortazione apostolica di Francesco, ne è convinto il vescovo di Modena, “è il suo programma pastorale”. “In Italia, c’è una tradizione molto diffusa, che da san Carlo Borromeo in poi attraversa cinque secoli, fatta di pastori che danno la vita per il gregge”, ricorda Castellucci. “In buona parte la Chiesa italiana sta già seguendo quelle linee”, l’analisi del presule, anche se “c’è ancora da snellire le strutture e bisogna porsi più chiaramente al servizio dei poveri, di chi ha bisogno, come i profughi che arrivano sempre più numerosi”. Ma l’impegno della Chiesa, da solo, non basta: serve l’aiuto dello Stato, il “dialogo” tra la Chiesa e la società auspicato ieri da Francesco. Don Erio la sua diocesi sta imparando a conoscerla, è arrivato da soli due mesi, ma di una cosa si è subito accorto:

“Modena è un grande laboratorio, dove ci sono anche tensioni ma tensioni positive, del resto anche il Papa ci ha esortato a non aver paura di litigare e di arrabbiarci. Ho trovato qui un grande desiderio di un rapporto costruttivo con la società civile, che interagisce con la comunità ecclesiale in maniera molto forte”.

Una tradizione che viene da lontano: la costruzione del Duomo di Modena è iniziata nel 1099, quando non c’era il vescovo. A mettere la prima pietra sono stati i cittadini.

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