A tu per tu con Padre Francesco Occhetta: per ripartire dal basso i giovani cattolici a scuola di politica

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OcchettaDi Paolo Bonini

Da sei anni presso la sede de “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti, si tiene una scuola di formazione per i rappresentanti di alcune associazioni giovanili cattoliche. Abbiamo intervistato padre Francesco Occhetta s.j., che della scuola è il perno. Con lui ripercorriamo la storia, il senso e gli obiettivi dell’iniziativa, illustrando anche il perché sia importante valorizzare il pre-politico e il pre-partitico. Occhetta spiega come sia importante per i giovani assumere una griglia di discernimento per poi agire liberamente in politica.

Come è nato questo percorso di formazione?

“L’esperienza nasce da una richiesta di Agesci, Azione Cattolica, Fuci ed altre associazioni che mi chiedevano di formare i loro rappresentanti giovanili sui principali temi dell’agenda politica su cui si confrontavano nel Forum nazionale dei giovani. Mancava un luogo per pensare insieme e a ‘Civiltà Cattolica’ glielo abbiamo offerto. In questo cammino io mi limito a essere un enzima che favorisce processi”.

Quale esigenza è avvertita come prioritaria in questo cammino?

“Il principale bisogno dei giovani è quello di rianimare le ragioni del credere, quelle su cui vale spendere una vita in politica e spenderla bene. Hanno la necessità di costruire una griglia di discernimento nella quale filtrare i temi che oggi provocano la fede nello spazio pubblico (ad esempio, l’inizio e il fine vita) e capire quale posizione assumere su riforme come quella costituzionale”.

Sono già trascorsi 6 anni e 500 ragazzi hanno frequentato la scuola di formazione: quale metodo si è sperimentato e qual è il bilancio?

“È difficile per me fare un bilancio. Io sono sempre molto stupito della loro preparazione e molto felice di vederli crescere, innamorarsi e seguirli mentre iniziano a lavorare. Forse l’aspetto che ha funzionato di più è la rete di relazione che si è creata tra giovani che mediamente sono di alta qualità umana, spirituale e culturale. Il metodo è basato su quattro momenti. Il primo, spirituale, aiuta a fecondare l’agire politico; il secondo sviluppa il tema – quest’anno le riforme costituzionali, il pensiero postumano nella politica, il lavoro dei giovani in Europa, il rapporto tra magistratura e politica; il ruolo del Capo dello Stato con visita al Quirinale. Siamo sempre aiutati da esperti che gratuitamente si mettono al servizio dei ragazzi. Nel terzo, recuperando la casistica ignaziana del ‘700, si lavora in piccoli gruppi per discernere come argomentare e scegliere principi in conflitto rispetto a casi concreti. Infine si ritorna in plenaria per sintetizzare le domande; gli interventi scritti sono rielaborati sul blog della scuola www.pensarepoliticamente.net Non è un percorso per l’indottrinamento, ma per imparare a decidere con elementi di livello antropologico ed etico su temi di alto livello scientifico”.

“Pensare” insieme a “politicamente”: quale relazione tra la scuola e il mondo politico cattolico?
“Pensa politicamente chi costruisce bene comune, calcola le conseguenze delle sue azioni e si sente responsabile delle giovani generazioni. Il mondo cattolico è oggi frastagliato e a volte anche diviso. I movimenti svolgono nella Chiesa servizi straordinari ma quando si tratta di cedere un po’ di se stessi è difficile costruire insieme; il bipolarismo politico degli ultimi venti anni ha prodotto un bipolarismo ecclesiale, una barriera per l’impegno nel mondo. Da questa situazione si può uscire investendo sulla formazione al pre-politico e in una presenza pre-partitica che stimoli dal basso i partiti e proponga loro disegni di leggi, soluzioni di problemi, organizzi forme di controllo, proponga un progetto concreto di società, contribuisca a formare i ragazzi. È più incisiva e radicale una presenza che stimoli i partiti sui contenuti, piuttosto che quella di pochi ed etichettati rappresentanti del mondo cattolico distribuiti in varie forze politiche. L’organizzazione politica, rispetto a questi elementi, è secondaria. La priorità rimane la capacità di discernere nei problemi dell’agenda politica i rimandi all’antropologia cristiana: spostare la domanda dal singolo problema – che può avere soluzioni tecniche diverse tutte compatibili con la fede – alle domande di senso sull’uomo e sul mondo, proprie di una civiltà umana. Un nuovo partito di cattolici, secondo me, potrebbe nascere solamente se nascesse un forte partito islamico in Italia e se dovesse fallire il modello di integrazione e di laicità che siamo chiamati a costruire”.

Le prospettive: s’intende continuare?
“Vale un proverbio: siamo tutti utili e nessuno indispensabile. Io per primo. La scuola nasce e muore ogni anno, sono i ragazzi e le associazioni a rilanciare il loro stare insieme”.

In contesti politici difficili, come oggi può essere il Comune di Roma, avrebbe senso parlare di una rappresentanza cattolica più incisiva?

“Direi che oggi ci dividiamo non tra cattolici e non cattolici ma tra persone morali e non, tra onesti e disonesti, tra costruttori di bene comune o bande del malaffare. Anche a Roma, infatti, non è vero che non ci siano cattolici, il problema è che non si sono distinti nella testimonianza che hanno dato. È attraverso un nuovo atteggiamento spirituale e interiore: i politici che vivono la politica da cattolici non si devono porre il problema del dove stare ma su come formarsi; parrocchie, diocesi, movimenti hanno delegato ad altri la formazione politica del credente impegnato a gestire il settore pubblico. L’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto d’opinione e d’idee. L’ideale sarebbe riuscire ad essere lievito e farina, ma se dovessimo scegliere tra le due… il miracolo lo fa il lievito”.

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