Perché una particella dell’ostia viene posta nel Calice?

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Da Zenit

Nella sua rubrica di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde oggi a una domanda pervenutaci da un lettore negli USA.

Come mai una particella dell’ostia consacrata viene messa nel calice durante l’Agnus Dei? Il Papa era solito spezzare l’ostia consacrata e mandarne un pezzo alle chiese principali in segno di unione. Questo ormai non lo fa più. Nel Medioevo sentivamo il bisogno di unire il corpo di Cristo con il Suo sangue, prima della Comunione, a causa di una comprensione più letterale della separazione del corpo e del sangue e le relative distinte consacrazioni. Noi crediamo che Cristo sia totalmente presente in entrambe le specie consacrate del pane e del vino. Quindi, come mai tuttora poniamo una particella dell’ostia nel calice? — C.F., Chicago, Illinois (USA)

La pratica da parte del Papa di mandare alcuni pezzi dell’Eucaristia che aveva consacrato ad altre chiese è molto antica (anche altri vescovi lo fecero). Ne abbiamo testimonianza nelle opere di Sant’Ireneo (130-202 d.C.) e nei secoli successivi. Non venivano sempre mandati a ogni chiesa, e gradualmente la pratica venne limitata ai giorni festivi più solenni, per poi scomparire del tutto. Non ne abbiamo più notizia a partire dal IX secolo.

Ci fu anche un’usanza più tardiva, in cui un frammento dell’ostia della precedente celebrazione papale veniva posto nel calice a simboleggiare la continuità del sacrificio. Questa usanza fu di relativamente breve durata durante l’VIII secolo, e non si diffuse mai al di fuori di Roma.

L’usanza attuale appare quindi come un residuo del costume papale dell’VIII secolo, in cui il Pontefice celebrante lasciava cadere un frammento dell’ostia che aveva consacrato nel calice, accompagnandola con la preghiera che è sostanzialmente usata tuttora e che offriamo in una traduzione piuttosto letterale: “Possa questa commistione [‘e consacrazione’ nella forma straordinaria] del corpo e sangue del nostro Signore Gesù Cristo portare salvezza eterna a noi che lo riceviamo”.

La forma attuale del rito sembra originare dalla fusione del Rito Romano con alcune usanze germaniche, che si imposero sotto il regno di Carlo Magno (circa 747-814), grazie a San Benedetto di Aniane (747-821), anche se si radicò solo un secolo più tardi circa.

Secondo il noto liturgista J. A. Jungmann, nel Medioevo la simbologia celata dietro a questa pratica era: “la commistione che rappresentava il Corpo di Cristo tornato alla vita precedeva il saluto di pace della Pax Domini; giacché il nostro Signore resuscitò dalla morte, e solo dopo portò la pace nei cieli e in terra”.

Jungmann spiega inoltre come questo legame con la morte in Croce abbia condotto all’usanza di farsi tre volte il segno della Croce sopre il calice con i pezzi dell’ostia durante l’invito “La pace del Signore sia sempre con voi” che è tuttora parte della forma straordinaria e che ha paralleli in alcune liturgie orientali basate sullo stesso significato simbolico.

Questo significato simbolico è leggermente diverso da quello che il nostro lettore attribuisce al Medioevo. I teologi medievali in genere affermavano che il Cristo Risorto era interamente presente in entrambe le specie e avevano compreso perfettamente che la commistione di essi prima del segno di pace simbolizzava il Cristo risorto, senza avere alcuna efficacia sacramentale.

Questa interpretazione, tuttavia, non sembra costituire il significato originale del rito ed è generalmente attribuita al vescovo Amalario di Metz (780-850), noto per le sue interpretazioni allegoriche della liturgia.

Nonostante la sua popolarità, questa spiegazione e il rito stesso non erano privi di problemi. Durante il processo di riforma del messale dopo il Concilio di Trento ci furono obiezioni contro essa in quanto poteva essere interpretata in modo che il Sangue e il Corpo del nostro Signore sarebbero stati uniti l’un l’altro solo dopo la commistione, e non già al momento della consacrazione delle due specie. Questo avrebbe potuto appoggiare gli argomenti di coloro che sostenevano che la comunione sotto una sola specie fosse insufficiente.

Numerose proposte furono fatte per cambiare la formula di preghiera in modo da riportare il rito al suo significato originale, che apparentemente era più intimamente associato alla preparazione della comunione piuttosto che al rito di pace. Jungmann, dopo aver esaminato l’evidenza storica, conclude: “Siamo quindi confermati nel considerare l’opinione che entrambe le specie rappresentino un Sacramento e contengano un Cristo, come il significato originario del rito Romano della commistione”.

La forza della tradizione, tuttavia, è prevalsa, e il rito rimase immodificato nella Messa Tridentina. Scrivendo prima del Concilio Vaticano II, Jungmann commentò su questo rito: “Raramente in altri casi la trasparenza della procedura liturgica ha sofferto così tanto, a causa di successive contrazioni e compressioni [del rito], quanto in questo caso, nell’ambito della frazione e commistione, nonostante gli elementi di questa antica tradizione siano stati fedelmente preservati”.

Nella forma ordinaria del Rito Romano, alcuni piccoli ma significativi cambiamenti possono aiutarci a riportare il significato del rito alla sua interpretazione originale.

Innanzitutto, la commistione è ora ben visibile a tutti, e non soltanto a coloro che stanno all’altare.

Secondo, e più importante, il rito della commistione è stato spostato da prima a dopo il segno della pace e così è ritornato alla collocazione prima o durante l’Agnus Dei che, stando all’evidenza storica, era l’originale. In questa maniera il significato originale del collegare la commistione alla comunione risulta più evidente.

È probabilmente questa la ragione per il cambiamento del rito dopo il Concilio Vaticano II. E questo, insieme al peso dei circa 2000 anni di pratica, è il motivo per cui continuiamo a fare così tuttora.

[Traduzione dall’inglese a cura di Maria Irene De Maeyer]

***

I lettori possono inviare domande all’indirizzo liturgia.zenit@zenit.org. Si chiede gentilmente di menzionare la parola “Liturgia” nel campo dell’oggetto. Il testo dovrebbe includere le iniziali, il nome della città e stato, provincia o nazione. Padre McNamara potrà rispondere solo ad una piccola selezione delle numerosissime domande che ci pervengono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *