I vescovi all’Antimafia: più Stato meno anti-Stato

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BindiRoberto Fittipaldi

Un anno fa, il 21 giugno 2014, Papa Francesco in Calabria, a Cassano all’Jonio, aveva detto, con parole nette e chiare, che chi adora il male non è in comunione con Dio. A distanza di un anno, sempre in Calabria, a Lamezia Terme, questa volta, una delegazione di parlamentari, che compongono la Commissione nazionale antimafia, e i vescovi calabresi si sono incontrati ieri (22 giugno) per ribadire che così come la ‘ndrangheta non si coniuga con il Vangelo, così essa non si coniuga con la Costituzione. Una nuova, netta, condanna delle mafie e della corruzione, in un momento particolarmente difficile per il Paese, con la consapevolezza che la malavita, in tutte le sue forme, non è più un “affare” solo calabrese e meridionale, ma è dilagato in tutto il mondo. Per questo, la lotta alla mafia necessita di uno sforzo superiore, che parta dall’educazione dei giovani futuri sacerdoti, così come dei cittadini del domani, e di risposte occupazionali e di sviluppo in grado di risollevare il Sud dai secolari ritardi in cui versa, che hanno consentito alla criminalità organizzata di occupare gli spazi lasciati liberi, colpevolmente, dalle Istituzioni.

È tempo di cambiare marcia. E la Conferenza episcopale calabrese (Cec), guidata dall’arcivescovo emerito di Cosenza-Bisignano, monsignor Salvatore Nunnari, alla fine del suo mandato (nelle prossime settimane la Cec è chiamata ad eleggere il suo successore), nell’incontrare il presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi e una delegazione di deputati e senatori, tra i quali alcuni calabresi, lo chiede con forza ai rappresentanti del popolo. Non è una celebrazione dell’anniversario della “scomunica” di Papa Francesco pronunciata a Sibari, sottolinea proprio la presidente Rosy Bindi, ma la presenza della Commissione è legata comunque alle forti parole del Pontefice e alla nota pastorale sulla ‘ndrangheta diffusa dai vescovi calabresi il 5 gennaio di quest’anno dal titolo: “Testimoniare la verità del Vangelo”. Non è il primo documento che la Chiesa calabrese pronuncia contro la ‘ndrangheta. È lo stesso mons. Salvatore Nunnari – citando un documento del 1975 – a ricordarlo che sono 40 anni che la Chiesa calabrese condanna i fenomeni criminali. Ma occorrono linee pastorali unitarie che evitino confusione, favorendo la possibilità che la subdola ‘ndrangheta s’infiltri anche negli ambienti ecclesiali, nelle processioni, nei riti delle devozioni popolari.

Un’altra emergenza, poi, è quella educativa. Nei seminari, ricorda Nunnari, i futuri preti vengono messi in guardia dal pericolo sottile che la cultura mafiosa possa insinuarsi nella Chiesa. Ma anche i ragazzi, a scuola, come studiano la storia, dovrebbero studiare la mafia per conoscerla e combatterla. Così la presidente Bindi chiede ai senatori presenti che nelle prossime settimane si troveranno a discutere il ddl sulla scuola, di proporre un emendamento in tal senso. Nunnari, a conclusione dell’incontro, giudicato da Bindi “franco e costruttivo”, chiede “che lo Stato sia presente perché non ci sia l’anti-Stato”. “La mafia, oggi, è il grande male della Calabria e gli uomini della mafia non hanno nulla a che fare con il Vangelo”. Il suo pensiero, al termine, va ai giovani: “Abbiamo chiesto di assicurare un avvenire sereno ai giovani affinché abbiano una certezza nel domani”. L’imperativo per Bindi è “combattere mafia e ‘ndrangheta e restituire a questa terra la possibilità di un futuro che merita, che gli è stato negato non solo dalla ‘ndrangheta ma anche da carenze politiche nazionali”. “Il lavoro, lo sviluppo della Calabria e del Mezzogiorno è una richiesta che ci sentiamo di sottolineare e di rivolgere al governo con particolare forza sapendo che è la domanda di sempre e che non investe la responsabilità solo di questo governo. La questione meridionale è una questione non risolta – ha continuato Bindi – e sicuramente le mafie traggono vantaggi dall’assenza dello Stato, ciò tuttavia, non la giustifica e non deve mai farlo, ma è arrivato il momento di dire che la mafia imprenditrice ha reso la Calabria ancora più debole e marginale di prima”.

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