Il pellegrino ha sempre una meta da raggiungere

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pellegriDi Domenico Dal Molin
Francesco disegna l’identikit di una Chiesa dal volto missionario, che si scrolla di dosso le proprie sicurezze e i propri ruoli, per incontrare l’uomo d’oggi.
“Quando sentiamo la parola ‘esodo” – scrive il Papa -, il nostro pensiero va subito agli inizi della meravigliosa storia d’amore tra Dio e il popolo dei suoi figli, una storia che passa attraverso i giorni drammatici della schiavitù in Egitto, la chiamata di Mosè, la liberazione e il cammino verso la terra promessa”.
Uscire… Ognuno di noi ha il proprio mondo di riferimento; esso permette degli ancoraggi chiari e sicuri, ma può rappresentare anche un profondo limite, se tutto è rinchiuso e bloccato nello “status quo” di sempre.
Papa Francesco dice che l’humus fecondo di ogni vocazione è la capacità di vivere, con radicalità e convinzione, il dinamismo dell’esodo, che è spinta alla missione: “Se la Chiesa ‘è per sua natura missionaria’ (Concilio Vaticano II, Ad gentes, 2), la vocazione cristiana non può che nascere all’interno di un’esperienza di missione”.
Ciò pone una domanda radicale a ciascuno di noi e alle nostre comunità cristiane: come mai fatichiamo così tanto a uscire dalle nostre impostazioni prestabilite e di routine, per vivere con più parresìa e coraggio l’apertura a Dio e la solidarietà con i più poveri?
Ci frena la ripetitività dei nostri moduli, rifugiandoci nella formula del “si è sempre fatto così!”.
“La Chiesa in uscita – spiega il Santo Padre nella Evangelii Gaudium (n. 24) – è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano (…) Per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, sa andare incontro, cercare i lontani ed arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi”.
La dinamica di una scelta vocazionale, sia personale che presente in una comunità cristiana, è quella di vivere sino in fondo la decisione di “mettersi in cammino”, perché… c’è una meta da raggiungere. Questo fa sempre la differenza tra il cuore pellegrino e la vita del nomade.
Il pellegrino ha sempre una meta da raggiungere, anche se non sempre conosce la via per raggiungerla; il nomade non ha un percorso chiaro, perché non ha una meta a cui pervenire.
“L’esperienza dell’esodo – scrive il Papa nel messaggio per la Giornata – è paradigma della vita cristiana, in particolare di chi abbraccia una vocazione di speciale dedizione al servizio del Vangelo”.
Ogni cammino vocazionale diviene, quindi, un vero e proprio pellegrinaggio di vita, dove ciascuno è chiamato a cercare libertà e felicità. Dice Gesù: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29).
Ma ogni partenza, ogni esodo richiede una motivazione forte e coinvolgente.
Su questa motivazione appassionata e provocante, s’incentra la tematica vocazionale che l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni propone alla Chiesa italiana: “Toccati dalla Bellezza di Gesù”, sperimentando la gioia dei discepoli sul Monte Tabor, ognuno di noi è chiamato a ripetere: “È bello stare con Te, Signore!”.
In tanti nostri giovani, così spesso bistrattati dall’epidemia di sondaggi mirati a darci di loro un’immagine scialba e parziale, possiamo trovare la freschezza dell’amore che non fa calcoli, che non viene filtrato da mille processi razionali: sono l’amore e la solidarietà che sanno coinvolgersi e si sporcano le mani.
A questi giovani si rivolge Papa Francesco: “A volte le incognite e le preoccupazioni per il futuro e l’incertezza che intacca la quotidianità rischiano di paralizzare questi loro slanci, di frenare i loro sogni (…) Quanto è bello lasciarsi sorprendere dalla chiamata di Dio, accogliere la sua Parola, mettere i passi della vostra esistenza sulle orme di Gesù, nell’adorazione del mistero divino e nella dedizione generosa agli altri! La vostra vita diventerà ogni giorno più ricca e più gioiosa!”.
Una scrittrice lettone contemporanea, Zenta Maurina Raudive (1897-1978), che all’età di cinque anni fu colpita da poliomielite spinale che la costrinse per tutta la vita sulla sedia a rotelle, scrive: “All’unità del mondo contribuisce ogni singola persona che sappia realizzare queste tre cose: spiritualizzare la propria vita; prendersi a cuore il conoscere l’altro e ascoltarlo; essere abbastanza umile per valorizzare ciò che gli è estraneo”.

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