L’ora di religione ai tempi del terrorismo

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ScuolaDi Alberto Campoleoni
Quest’anno il tradizionale messaggio della Presidenza della Cei sulla scelta dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) a scuola arriva a ridosso dei terribili fatti accaduti a Parigi, che rimandano, in buona parte dell’immaginario collettivo, all’immagine del fondamentalismo religioso e più in generale alla convivenza tra religioni e culture diverse. Rimandano, anche, al grande tema della conoscenza delle religioni che abitano i nostri territori e segnano la “geografia umana”, delle persone e dei popoli. Studiare, approfondire i contenuti delle religioni (per chi è credente e per chi non lo è) permette non solo di comprendere i modi di vivere e di pensare delle persone intorno a noi, ma anche e soprattutto di dialogare, confrontarsi e apprezzare le diversità, valorizzandole. Un vero antidoto ai fondamentalismi. Non a caso è una delle attenzioni, ad esempio, del Consiglio d’Europa, che in più occasioni ha discusso di insegnamento della religione a scuola e di conoscenza delle religioni come aiuto all’inclusione sociale, al dialogo e alla convivenza civile.
In Italia, di dirà, si studia “solo” la religione cattolica. E le altre? E, soprattutto, l’Islam? Più volte e da più parti è stata sollevata la questione dello studio della storia delle religioni. E anche recentemente, proprio dopo i fatti di Parigi, c’è chi ha scritto sui giornali che a scuola si dovrebbe studiare questa materia. “Sapere i fondamenti di religione è oggi più di sempre indispensabile come conoscere la lingua inglese piuttosto che la storia o la matematica”, sosteneva nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera” Francesca Campana Comparini, organizzatrice del Festival delle religioni.
C’è molto di vero nell’esigenza di studio delle religioni a scuola, così come spesso c’è molta sottovalutazione di quello che è l’insegnamento della religione cattolica a scuola. La stessa Comparini, nel suo scritto, chiosava, riferita all’Irc: “L’ora di religione è sempre stata una scelta facoltativa da parte degli studenti che, siamo onesti, l’hanno sempre vista come un’ora di ricreazione aggiuntiva o come la ripetizione del catechismo settimanale parrocchiale”.
Non è così. Dalla riforma neoconcordataria è stato disegnato e si è affermato negli anni un Irc sempre più “materia scolastica”, attenta alle esigenze di conoscenza e di sviluppo degli allievi. Anche in rapporto, ad esempio – e ne fanno fede le indicazioni didattiche – alla conoscenza delle altre religioni e al dialogo tra loro. “Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti – scrive la Presidenza della Cei nel Messaggio di quest’anno – che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo”.
Nella scuola italiana l’Irc è una risorsa preziosa per conoscere, certo, i principi e la storia dalla nostra società e della nostra cultura, cosa che permette di inserirsi da protagonisti nel mondo. Allo stesso tempo, è risorsa preziosa per incontrare e conoscere i temi religiosi in generale. Non solo nel senso della conoscenza dei contenuti delle religioni diverse, ma anche per quanto riguarda la questione della religiosità in generale e della tensione spirituale che pure segna lo sviluppo delle persone e dell’umanità intera. Sta anche qui quel “valore educativo” della disciplina scolastica Irc che sempre la Presidenza della Cei torna a richiamare.
L’Irc, allora, si presenta, al momento della scelta della scuola, come un’opportunità da non trascurare. Un “servizio” offerto alla scuola, agli allievi, alle famiglie, nel solco autentico delle finalità scolastiche, che mira allo sviluppo integrale degli allievi, al dialogo e alla responsabilità. Disegnando orizzonti di libertà e migliore convivenza.

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