Sudafrica al voto la prima volta dei “nati liberi”

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Di Davide Maggiore
All’appuntamento con la storia, il Sudafrica rischia di arrivare col fiato corto. Vent’anni dopo le prime elezioni libere, e a meno di due mesi da nuove consultazioni generali, previste per il 7 maggio, le istituzioni della giovane democrazia devono fare i conti con una disaffezione crescente della popolazione e una perdita di fiducia nei politici. Una preoccupazione avvertita anche dai vescovi: “Non può esserci modo migliore di celebrare le libertà di cui godiamo, se non il partecipare pienamente alle elezioni nel nostro Paese”, hanno scritto in una lettera pastorale, pubblicata a febbraio, subito dopo l’annuncio della data del voto.
Partecipazione in calo. La sacralità della vita, il sostegno al matrimonio e alla famiglia, la responsabilità sociale ed il rispetto per il bene comune, una giusta divisione delle ricchezze, la solidarietà per i poveri e gli emarginati, sono i temi che, scrivono i presuli, un cristiano impegnato in politica deve promuovere. A preoccuparli è però innanzitutto il calo della partecipazione, evidente già dalla percentuale di affluenza: se nel 1994 era stata di oltre l’85% degli aventi diritto, nel 2009, data delle ultime consultazioni, aveva superato di poco il 56%. “Si può dire che la politica sudafricana sta diventando più ‘normale’, come quella europea, cioè, o degli Stati Uniti”, spiega da Johannesburg Raymond Perrier, direttore del Jesuit Institute, e questo si riflette sul numero sia di quanti scelgono di registrarsi per votare (una procedura necessaria in Sudafrica) sia di quelli che poi esercitano effettivamente questo diritto. Sorprende, semmai, prosegue Perrier, che “in soli 20 anni già si sia arrivati a un livello significativo di indifferenza. In più – aggiunge – quest’anno dovrebbero votare persone nate dopo la liberazione dal regime dell’apartheid, i cosiddetti born free, nati liberi. E per loro tutta la vicenda politica del Sudafrica è preistoria, non è una cosa che hanno sofferto…”.
Problemi sociali diffusi. I vescovi, ricordando che la partecipazione alla politica è coerente con la dottrina della Chiesa, citano un passo dell’esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii Gaudium, per cui “l’essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita politica è un’obbligazione morale”. Un richiamo che Perrier considera doppiamente significativo: “C’è un certo parallelo – giudica infatti – tra l’esperienza di Jorge Mario Bergoglio in Argentina e quello che sperimentiamo oggi qui: avevamo un regime di tipo fascista, poi c’è stata la liberazione, e oggi c’è una situazione politica normale con problemi di povertà, di sviluppo, di corruzione”. Le stesse piaghe che, insieme a disoccupazione (ufficialmente al 25%) e violenza diffusa, anche xenofoba, sono citate da un recente editoriale di The Southern Cross, settimanale promosso proprio dalla conferenza episcopale. La critica investe anche il movimento al potere fin dal 1994, l’African National Congress (Anc), che pure fu in grado di esprimere una personalità come quella di Nelson Mandela e con cui la Chiesa cattolica condivise la battaglia contro la segregazione razziale.
Gestione del potere contestata. Il governo del presidente Jacob Zuma, ancora oltre il 50% nei sondaggi, si legge nell’articolo “verrà senza dubbio riconfermato, anche in presenza di risultati che, in una democrazia più competitiva, lo avrebbero visto passare sui banchi dell’opposizione”. E pur considerando improponibile ogni paragone con il passato regime, il settimanale giudica che “varie decisioni politiche sono state prese chiaramente in conflitto con il bene comune”. Fin dal primo voto democratico, chiarisce Perrier, “l’Anc ha sempre avuto più del 60% dei voti” mentre il principale partito di opposizione, la Democratic Alliance, forte soprattutto tra i bianchi, è ferma, oggi, circa al 20%. “L’Anc dunque – riassume Perrier – governa come se non fosse possibile perdere il potere: lo vede non come qualcosa da meritare, ma come un diritto”. In questo scenario, e in presenza di uno dei tassi di disuguaglianza più alti al mondo, con molti neri poveri oggi quanto vent’anni fa, il direttore del Jesuit Institute sottolinea il rischio dell’esplosione sociale: “Ogni giorno – dice – ci sono già proteste violente per la disoccupazione e la fornitura dei servizi pubblici, e se le persone non saranno convinte che il voto possa cambiare qualcosa, torneranno a protestare…”.

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