Tra Obama e Rohani c’è un filo diretto

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Omaba RohaniDi Stefano Costalli

Dopo oltre trent’anni di silenzio diplomatico, gli Stati Uniti e l’Iran hanno ripreso i contatti diretti attraverso una telefonata effettuata da Obama al suo corrispettivo, Hassan Rohani. Si tratta di un piccolo gesto ma con un grande valore simbolico. Finalmente, forse, le linee di politica estera dei due Paesi nemici giurati si stanno modificando, e potrebbe essere un bene per tutti. Da una parte, l’Iran è ormai in preda a una crisi economica molto grave, in parte provocata dalle sanzioni che la comunità internazionale ha imposto al Paese a causa del suo programma nucleare. La situazione impone una svolta, e questa svolta non può che passare per la discussione con gli Stati Uniti, che hanno, com’è noto, un’influenza fondamentale su Israele.
Anche sul piano geopolitico regionale, l’Iran aspira a essere riconosciuto come un attore importante ai fini della definizione dell’ordine in Medio Oriente, ma non sembra avere la forza d’imporsi come attore egemonico. Deve dunque perseguire una strategia diversa, meno diretta, quella dei negoziati e della diplomazia. Rohani sembra la persona giusta per portare avanti questa strategia, lo avevamo detto al momento della sua elezione. Non è mai stato un aperto oppositore dei Pasdaran e di Khamenei, ma non è neppure un componente dell’ala più conservatrice ed estremista del regime. Sta lavorando in sintonia con la Guida Suprema dell’Iran, ma in questi ultimi mesi ha rimpiazzato i vecchi funzionari che avevano lavorato ai negoziati sul nucleare con figure note in Occidente e conosciute per la loro moderazione. Sono segnali importanti che non fanno pensare a un bluff, ma piuttosto a un vero cambiamento di politica estera. Prova ne sia il fatto che al proprio ritorno in Iran dopo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Rohani è stato accolto da molti sostenitori che inneggiavano alla pace, ma anche da un centinaio di oppositori che gli contestavano la decisione di parlare con il “Grande Satana” americano.
Dall’altra parte della staccionata, gli Stati Uniti sembrano aver finalmente capito che la linea della non comunicazione non paga e che potrebbe essere opportuno cogliere al volo questi segnali provenienti dall’Iran per apportare un cambiamento anche alla loro linea di politica estera. Da mesi, se non da anni, alcuni influenti commentatori ed esperti di politica internazionale facevano notare che durante la Guerra Fredda i presidenti degli Stati Uniti comunicavano con l’Unione Sovietica, che pure era considerata il nemico numero uno del Paese e di tutto l’Occidente. Oggettivamente, l’Iran è uno Stato-chiave per definire le caratteristiche dell’ordine in Medio Oriente e anche per provare a fare cessare la guerra civile in Siria, che è già costata più di una brutta figura agli Stati Uniti.
Per quanto comprensibile alla luce di serie minacce alla sicurezza nazionale dello Stato ebraico nell’era di Ahmadinejad, l’appiattimento della politica estera americana sulla linea dura di Israele e soprattutto di Netanyahu non ha portato a una vera soluzione. Oggi potrebbero invece esserci le condizioni per aprire un processo di negoziato e di costruzione di reciproca fiducia che tenga insieme il programma nucleare iraniano, la sicurezza di Israele e la guerra in Siria. È la vera occasione di Obama, e anche di milioni di persone nella regione. Chi pensa che la diplomazia sia obsoleta, si sbaglia di grosso.

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