Prosegue la nuova rubrica curata dall’Avv. Antonio Di Vito, dedicata alle sentenze più particolari e sorprendenti della giurisprudenza. Un appuntamento che accompagna il lettore in un viaggio dentro le aule di giustizia, alla scoperta di decisioni e pareri che, per contenuto o per ragionamento, escono dai percorsi più consueti del diritto.
Ogni appuntamento è un viaggio all’interno del mondo della Giustizia.
Prima puntata: Il Gabibbo è un plagio?
Seconda puntata: Harry Potter contro Hari Puttar
Terza puntata: Offrire carne macellata illegalmente a un carabiniere per “chiudere un occhio” è reato?
Quarta Puntata: Telefonate anonime con battuta offensiva ispirata da un film: la società cinematografica paga i danni?
Quinta puntata: La moneta appartiene al popolo?
Seste puntata: Il cliente al bar, al ristorante, in hotel ha il diritto di bere l’acqua dal rubinetto?
Settima puntata: Il processo è un danno?
Ottava puntata: “Cane perso durante un volo internazionale: è un danno al passeggero o al bagaglio?”
L’avvocato Antonio Di Vito risponde alla domanda: E’ giusto sottrarre il cellulare alla fidanzata per dimostrare una relazione clandestina?
Tizio sottrae il telefono cellulare alla fidanzata Caia per far leggere al padre di lei i messaggi che Caia aveva ricevuto da un altro. L’azione costa a Tizio una condanna penale in primo ed in secondo grado per il delitto di rapina. Non si trattava di furto, anch’esso punibile, bensì di una più grave sottrazione con violenza o minaccia.
Tizio ricorre in Cassazione contro la condanna e sostiene che non poteva trattarsi di rapina. Il codice penale stabilisce che la rapina è caratterizzata non solo dai mezzi violenti o minacciosi ma anche da un “ingiusto profitto”. Invece Tizio aveva agito per un fine giusto: dimostrare al padre della fidanzata Caia (poi diventata inevitabilmente ex) di cui fu la colpa della rottura del fidanzamento. E’ giusto svelare un’ingiustizia, perché la doppiezza è da disapprovare. Era infatti ingiusta la condotta di Caia, colpevole di una relazione occultata “al di fuori” del fidanzamento e provata dai contenuti del suo telefono.
Messo in questi termini, il caso di Tizio è particolare: sembra porre una questione da libero dibattito nei social, estranea al codice penale. Cosa è più scorretto, nascondere oppure smascherare una relazione “extra” fidanzamento?
Nel 2015 la Cassazione conferma la condanna, ricorda che l’ “ingiusto profitto” della rapina può essere un vantaggio anche non economico e spiega che l’azione di Tizio aveva appunto un fine ingiusto, perché contrastava con la libertà dell’individuo sia d’iniziare che di concludere una relazione sentimentale:
“l’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione. La libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine. Nel caso di specie la pretesa dell’agente [cioè: di Tizio] di «perquisire» il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi – dal suo punto di vista – «compromettenti» assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta proprio perché, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna”.
Ogni tanto la legge richiede una valutazione di giustizia senza spiegare cosa sia “giusto”. Ad esempio, oltre all’ “ingiusto profitto” nella rapina, nell’estorsione, nella truffa ed in altri reati, vi sono la “giusta causa” delle dimissioni e del licenziamento, la “giusta indennità” nell’espropriazione per pubblico interesse, la garanzia costituzionale del “giusto processo”.
Il caso di Tizio permette di considerare il significato di una parola enorme – la giustizia – di cui è più facile dire cosa non è.
Non è giusto tutto ciò che soddisfa i nostri interessi, secondo quella visuale egocentrica per cui la misura del giusto e dell’errato siamo noi: simile veste da giustiziere fu assunta da Tizio. Né la giustizia è una specie di morale, un po’ vaga nei contenuti però superiore ad ogni legge (e che, grazie alla sua vaghezza, possiamo sempre invocare quando la legge ci dà torto). Neanche è giustizia il pari trattamento di tutti in tutto, perché l’uguaglianza non è identità. Se si dice che la giustizia è un sistema distributivo (è giusto “dare a ciascuno ciò che gli spetta”), si recita una regola che è vuota finché manca il criterio della distribuzione. E se si aggiunge che il criterio deve essere “giusto”, non si dice nulla (“è giusto seguire un criterio giusto”).
Come nel caso di Tizio, quando deve decidere se vi è o no “giustizia” la Cassazione (e non solo) richiama i massimi livelli del sistema giuridico: i fondamenti dell’ordinamento nazionale, europeo ed internazionale, tra cui le libertà dell’individuo, i loro limiti, i doveri di solidarietà.
L’esistenza – vera o presunta – di un conflitto tra legge e giustizia è un tema che nasce oltre duemila anni fa. In un sistema democratico moderno, quando diciamo che una legge è “ingiusta” intendiamo due cose molto diverse: o che non l’accettiamo (e allora dovremmo farla cambiare, sempre che la maggioranza non la ritenga “giusta”) o che quella legge ha violato un principio superiore, ad esempio la Costituzione od un regolamento europeo. In questa seconda ipotesi l’ “ingiustizia” è il risultato di un confronto gerarchico tra norme, ha senso giuridico e non morale o personale.





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