SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Viandante, le tue orme sono il cammino, e nulla più”. È con queste parole che il diacono permanente Walter Gandolfi guarda indietro al pellegrinaggio appena concluso. Quattordici pellegrini della Diocesi di San Benedetto del Tronto, partiti da Lisbona e arrivati fino a Coimbra, passando per Fatima, hanno percorso oltre 300 chilometri in circa venti giorni. Un cammino preparato nei mesi precedenti e vissuto come esperienza di fede, fraternità, preghiera e riscoperta di sé. Il gruppo non era alla prima esperienza condivisa: lo scorso anno aveva percorso insieme la Via Francigena. Prima della partenza, nella chiesa di San Giuseppe a San Benedetto del Tronto, la Confraternita Jacobea di Ascoli aveva consegnato ai pellegrini le credenziali, segno dell’inizio del cammino. A preparare il gruppo anche momenti di formazione e confronto, tra cui l’incontro con il fotografo e pellegrino Claudio Pupi, che aveva condiviso l’esperienza maturata in diversi cammini, compreso quello da Roma a Santiago de Compostela.
Terminato il viaggio e tornati a casa, per Walter è il momento di raccogliere ciò che è rimasto più impresso nel cuore e nella memoria. Prima di tutto Fatima, che era “il pretesto e l’obiettivo principale del nostro cammino”. Quasi nessuno dei partecipanti aveva mai visitato il Santuario di Nostra Signora di Fatima e raggiungerlo significava deviare dal percorso del Cammino portoghese per arrivare nel luogo delle apparizioni di Maria ai tre pastorelli Francesco, Giacinta e Lucia.
Tra i ricordi più forti c’è poi l’incontro, inaspettato, con il Patriarca di Lisbona Rui Manuel Sousa Valerio, nella sua residenza al Seminario Maior di Portela. “Ci ha accolti come pellegrini verso Fatima, ascoltandoci e confidandoci la sua grande devozione a quel Santuario – racconta Gandolfi – a cui ogni anno, nell’anniversario della prima apparizione, il 13 maggio, si reca a piedi con circa trecento pellegrini”. A ricordo dell’incontro il Patriarca ha donato al gruppo una medaglia commemorativa della sua Diocesi.
A Fatima i pellegrini sono stati ospiti della Comunità Papa Giovanni XXIII, in una Casa Famiglia che accoglie persone con disturbi fisici e comportamentali. Il responsabile, Antonio, ha raccontato la propria storia, segnata da una gioventù difficile e dall’incontro con Gesù, che lo ha cambiato fino a portarlo a dedicare la propria vita alle persone più umili e povere, “quelle che nessuno vuole”. Walter ricorda anche lo spirito del gruppo, “coeso e compatto”, pur nelle diverse personalità. Un cammino fatto di scelte condivise, alloggi, pranzi e cene, momenti di preghiera e meditazione, nel rispetto reciproco. E poi la fatica, affrontata anche nei momenti in cui le temperature elevate mettevano a dura prova la resistenza. “La compattezza del gruppo e la meta ci davano la forza per andare avanti”. Non sono mancati, però, i momenti di leggerezza, tra cene, canti e balli, né l’accoglienza trovata negli ostelli. Le partenze al mattino presto hanno regalato al gruppo albe spettacolari.
Il cammino ha attraversato anche città ricche di storia e di spiritualità: Lisbona, Santarem, Fatima, Tomar, la città dei Templari, e Coimbra, con la sua storica biblioteca.
A raccontare ciò che il pellegrinaggio ha lasciato sono soprattutto le parole dei partecipanti. Una delle pellegrine lo ha compreso pienamente una volta rientrata nella quotidianità: “Soltanto rientrata nella quotidianità, ho avvertito che il cammino, passo dopo passo, ha reso i miei giorni densi di serenità, di bellezza. Sono certa che nel tempo stilleranno molto a lungo questa “linfa vitale” necessaria per il cammino di tutti i giorni”.
Amedeo racchiude il viaggio in poche immagini: “Pellegrinaggio, non poteva essere diversamente con Walter. Il Cammino, il Gruppetto di preghiera, freccia blu per Fatima, vero obiettivo, freccia gialla per Santiago; commozione nei saluti di arrivederci“.
Per Gigi è stata invece “la mia prima esperienza di un vero cammino di preghiera, di riflessione, di condivisione, di amicizia, e pure di molta fatica”. Un’esperienza fatta di “momenti indimenticabili che serberò sempre nel mio cuore pieno di gioia e tanta felicità”.
Sandra racconta il cammino come “un atto rivoluzionario”. Una scoperta dell’essenzialità: “Ho scoperto che non ho bisogno di quasi niente per essere felice: acqua, un panino, un letto e la condivisione con i miei buoni amici”. Le partenze a notte fonda, il freddo, l’attraversamento di paesi abbandonati e di case vuote, le poche persone incontrate lungo il percorso, capaci però di accogliere i pellegrini sulla porta di casa con un caffè, sono diventati parte di un’esperienza che “ha arricchito la mia anima” e che porterà sempre con sé “con sentimenti di gratitudine”. “Grazie Walter, grazie a tutti”, conclude, con un augurio che diventa quasi una consegna: “Bom caminho anche da fermi!”.
Anche la testimonianza di Chiara arrivata “da outsider”, racconta il cammino attraverso un episodio concreto. All’arrivo a Lisbona ha perso lo zaino con tutto il necessario per affrontare le tre settimane di viaggio. “All’improvviso ciò che avevo accuratamente scelto per affrontare tre settimane di viaggio non c’era più”. Ma mentre aspettava che lo zaino ricomparisse, sono state altre persone a colmare quei vuoti: oggetti piccoli, come uno spazzolino o un paio di calzini, apparentemente insignificanti, diventati invece memorabili perché hanno raccontato “una forma di dipendenza che normalmente cerchiamo di evitare”. E soprattutto, nella perdita, “non mi sono mai sentita perduta”.
Sono testimonianze diverse, ma attraversate da un filo comune: il cammino come esperienza che continua anche quando si torna a casa. Fatica e leggerezza, preghiera e amicizia, essenzialità e accoglienza diventano parte di un patrimonio interiore che ciascuno porta con sé.
Per Walter, però, la strada non sembra finire a Coimbra. “Al prossimo anno, se Dio vuole, verso Santiago”. Bon Caminho.













0 commenti