Foto Calvarese/SIR

Di Patrizia Caiffa

Violenze contro i cristiani e leggi anti-conversioni, discriminazioni nei confronti dei dalit (gli ex “intoccabili”) che desiderano passare al cristianesimo, ostacoli legislativi e burocratici per scoraggiare l’evangelizzazione, considerata proselitismo. L’ultimo dato ufficiale sulla presenza dei cristiani in India risale al censimento del 2011: 27,8 milioni, circa il 2,3% della popolazione. Ma nel frattempo gli indiani sono diventati 1 miliardo e mezzo, e i cristiani, nonostante le tante difficoltà, stanno aumentando, almeno informalmente. In alcuni Stati, come Tamil Nadu, Andhra Pradesh e Telangana, il cristianesimo sta vivendo una crescita inarrestabile. Solo in Andhra Pradesh i cristiani rappresentano circa il 20% della popolazione.

Le violenze avvengono ogni tanto in alcune comunità e villaggi del Nord dell’India, nel Chattisgarh, in Orissa, nel Manipur, nelle aree più remote. “Il clima persecutorio è alimentato anche dalle politiche del governo, soprattutto negli Stati governati dalla destra nazionalista indù”, raccontano al Sir alcune fonti cattoliche che preferiscono mantenere l’anonimato. A loro parere nel Nord il livello di istruzione è più basso, mentre nel Sud, in Stati come Kerala, Goa, Tamil Nadu, Andra Pradesh, il livello di istruzione è più alto e i nazionalisti non vincono con la stessa facilità. Alcuni slogan nazionalisti come Jai Shri Ram (Gloria a Shri Rama), un saluto usato tradizionalmente dai fedeli indù, hanno un effetto enorme: “La religione diventa quasi l’oppio dei popoli. È così che vincono le elezioni: strumentalizzando la religione”.

Libertà religiosa sotto attacco? Ma ciò che più preoccupa i 300 vescovi cattolici indiani (di cui 215 di rito latino, 65 siro-malabaresi e 20 malancaresi) che compongono una delle più grandi conferenze episcopali al mondo, sono oggi alcune

nuove leggi ed orientamenti politici che rischiano di inficiare di fatto la libertà religiosa

sancita dalla Costituzione indiana del 1949, vissuta in una serena convivenza tra indù, musulmani, cristiani e altre minoranze, soprattutto al Sud. Preoccupazioni che rimangono più che altro sussurrate, perché nel clima politico attuale prevalgono i timori di protestare apertamente e far sentire la propria voce all’opinione pubblica.

Un disegno di legge per inasprire i controlli sui finanziamenti dall’estero. Negli ultimi mesi il governo guidato da Narendra Modi e dal Bharatiya Janata Party (Bjp) ha presentato un disegno di legge di modifica del Foreign Contribution Regulation Act (Fcra) del 2010, la legge che disciplina i finanziamenti provenienti dall’estero. La proposta prevede che, qualora un’organizzazione perda definitivamente la registrazione Fcra — per cancellazione, rinuncia o mancato rinnovo — i beni realizzati con fondi provenienti dall’estero possano essere affidati a un’autorità statale e, se la registrazione non viene successivamente ripristinata entro i termini previsti, trasferiti in via definitiva allo Stato. Secondo numerose organizzazioni religiose e della società civile, la misura potrebbe avere conseguenze rilevanti per molte Ong e istituzioni cristiane che hanno realizzato scuole, ospedali e altre opere grazie a finanziamenti esteri.

“In pratica, se il permesso non viene rinnovato, tutte le proprietà realizzate grazie ai finanziamenti esteri rischiano di essere confiscate”, spiegano le fonti indiane.

Per ricevere fondi dall’estero, le organizzazioni non governative e gli enti religiosi in India devono infatti essere registrate ai sensi del Fcra. La normativa attualmente in vigore risale al 2010 e ha sostituito quella originaria del 1976. Inizialmente la registrazione aveva validità a tempo indeterminato, purché le organizzazioni presentassero ogni anno il rendiconto sull’utilizzo dei fondi ricevuti. Nel 2020 il governo guidato dal Bharatiya Janata Party ha introdotto importanti modifiche alla legge, imponendo a tutte le organizzazioni registrate di rinnovare l’autorizzazione ogni cinque anni attraverso una nuova procedura di verifica. Le modifiche hanno inoltre rafforzato i controlli sull’impiego dei finanziamenti esteri e ampliato i poteri di vigilanza del Ministero dell’Interno.

In 10 anni da 100.000 a 16.000 organizzate autorizzate. Nel 2015 erano circa 100.000 le organizzazioni autorizzate a ricevere fondi dall’estero.

Oggi ne restano poco più di 16.000: oltre 80.000 registrazioni sono state cancellate, non rinnovate o sono decadute

nel corso degli anni, comprese quelle di numerose organizzazioni cristiane e cattoliche. Parallelamente sono aumentati in modo significativo i controlli amministrativi e le verifiche sull’attività degli enti che ricevono finanziamenti internazionali. “Il governo indiano sa benissimo che la Chiesa cattolica riceve fondi dall’estero e che grazie a questi finanziamenti ha costruito scuole, ospedali e molte altre opere sociali”, spiegano fonti ecclesiali indiane. “Per questo continua a introdurre una norma dopo l’altra”.

Inasprimento dei controlli. Recentemente, nello Stato del Maharashtra, dove si trova Mumbai, il governo statale ha disposto

una vasta verifica amministrativa dei terreni appartenenti a numerose istituzioni cristiane.

Le diocesi interessate sostengono che i controlli siano selettivi e possano preludere a contestazioni sulla titolarità delle proprietà.

“L’obiettivo è scoraggiare la nostra attività pastorale e mettere sotto pressione le istituzioni della Chiesa”,

affermano. “Noi documentiamo ogni singola rupia ricevuta e spesa, ma il governo dispone di un ampio margine discrezionale nel concedere o negare il rinnovo della registrazione Fcra”. Secondo queste fonti, dietro l’inasprimento dei controlli vi sarebbero sia la volontà di

rafforzare il carattere induista dello Stato sia l’interesse a limitare il patrimonio delle istituzioni cristiane.

L’altra questione aperta riguarda i dalit, gli ex “intoccabili”, che rappresentano i gruppi storicamente più discriminati del sistema delle caste. Dopo l’indipendenza del 1947, la Costituzione indiana ha introdotto misure di tutela per favorirne l’accesso all’istruzione, all’impiego pubblico e alla rappresentanza politica attraverso il sistema delle cosiddette reservations. Nel 1950, tuttavia, il Constitution (Scheduled Castes) Order ha stabilito che lo status giuridico di Scheduled Caste – e i relativi benefici – spettasse esclusivamente ai dalit di religione induista. Negli anni successivi i benefici sono stati estesi anche ai sikh e ai buddhisti, ma continuano a essere negati ai dalit che professano il cristianesimo o l’islam.

“È una contraddizione evidente”, osservano alcuni rappresentanti delle comunità cristiane. “La Costituzione garantisce la libertà di professare e diffondere qualsiasi religione, ma

chi si converte al cristianesimo perde le tutele previste per una comunità storicamente discriminata”.

Per decenni alcuni dalit convertiti al cristianesimo hanno continuato a dichiararsi formalmente induisti per non perdere i benefici riconosciuti alle Scheduled Castes. Da molti anni le Chiese e diverse organizzazioni per i diritti umani chiedono l’abolizione della clausola del 1950, sostenendo che la discriminazione sociale legata alla casta non scompaia con il cambiamento di religione. La questione è tuttora oggetto di un contenzioso costituzionale e dell’esame di una commissione istituita dal governo nel 2022. Fino a oggi, tuttavia, la normativa non è stata modificata e i cristiani dalit continuano a essere esclusi dai benefici riservati alle Scheduled Castes.

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